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Post 247 - Guido Rossa, alpinista

 


Alle 7.20 del 24 gennaio 1979 Sabina, come ogni mattina, esce di casa per andare a scuola. Passa accanto alla macchina di suo padre, accostata sul bordo della strada. Niente di strano, le capita spesso, e poi è ancora buio. A scuola però, poco dopo l’inizio della lezione, viene presa da parte: «è successo qualcosa a tuo padre» le dicono. Rientra a casa, rivede la macchina circondata da una piccola folla. Dentro, accasciato di lato sul volante e con le gambe distese sul sedile del lato passeggero quasi in un gesto estremo di difesa c’è suo padre, Guido Rossa.


Foto 1: 24 gennaio 1979: il corpo di Guido Rossa viene trovato a bordo della sua automobile.


Nella turbolenta storia della Prima Repubblica, la vicenda di Guido Rossa è tristemente nota. Operaio dell’Italsider di Genova – una tra le più importanti industrie siderurgiche dell’epoca – scelse di impegnarsi per il miglioramento delle condizioni lavorative dei suoi colleghi, prima iscrivendosi al Partito Comunista, poi facendosi eleggere nel consiglio di fabbrica per la FIOM-CGIL. Guido Rossa credeva nella lotta politica come strumento di riscatto sociale, ma non credeva nella lotta armata. E fu questa la ragione del suo assassinio. Nell’ottobre del 1978 Rossa scoprì un operaio intento a lasciare furtivamente alcuni volantini a firma delle Brigate Rosse alle macchinette della fabbrica. Nonostante la contrarietà degli altri delegati del sindacato, che avrebbero ritenuto la denuncia un tradimento nei confronti di un compagno operaio, Guido decise di denunciare il fatto. La rappresaglia delle BR non tardò ad arrivare e la punizione, che nei piani originari doveva probabilmente essere una gambizzazione, si tramutò in un omicidio politico. Quello che nelle intenzioni degli attentatori doveva essere un gesto esemplare e mediatico scatenò la reazione opposta degli operai – non solo dell’Italsider, ma dell’Italia intera – che in massa fecero fronte comune contro il terrorismo. Per le BR fu un passo in più verso il disfacimento.


Tuttavia oggi vorremmo parlare di un altro aspetto della vita di Guido Rossa altrettanto famoso ma forse noto soprattutto negli ambienti alpinistici: la sua passione per la montagna. Una passione che va al di là del semplice interesse per l’avventura, e che esprime il carattere e la personalità di Guido. Lo stesso carattere che portò non semplicemente un operaio, ma una figura di spicco del sindacato metalmeccanico a opporsi al gruppo terroristico che tra gli operai cercava il suo consenso per la lotta di classe e tra i quali trovò invece una controparte stanca delle violenze ormai all’ordine del giorno nell’Italia degli anni Settanta.


Foto 2: Nel gruppo del Monte Bianco.


Guido Rossa era di origine bellunese, essendo nato il 1° dicembre 1934 a Cesiomaggiore. Il padre Giuseppe, classe 1901, era scampato per poco alle trincee della Grande Guerra, ma ne aveva conosciuto da vicino il dramma, soprattutto dopo Caporetto, quando la Valbelluna fu occupata dalle truppe austro-tedesche. La casa di famiglia a Borgata de Lazzer, infatti, situata vicino al nodo strategico del ponte di Busche, era stata distrutta, e i Rossa si erano dovuti spostare poco più in alto, a Pez.

Finita la guerra, il lavoro scarseggiava e per Giuseppe Rossa iniziarono anni di emigrazione. Prima in Liguria, poi in Francia e in Lussemburgo, e infine a Torino. Qui ci arrivò grazie alla moglie, la mamma di Guido, Maria Sartor, che vi aveva trovato lavoro come balia.

A Torino la famiglia si riunì nel 1935, quando Guido aveva appena un anno. In quel periodo i genitori trovarono occupazione come custodi alla Siccardi e Chiumino, una piccola ditta che produceva cuscinetti a sfera per la Fiat: Giuseppe e Maria furono assunti come custodi. 

Nel 1949, conclusa la scuola di avviamento professionale, per Guido fu naturale entrare come operaio nella stessa azienda.


 

Foto 3: La famiglia Rossa: papà Giuseppe e mamma Maria, con il primogenito Giancarlo e il piccolo Guido.

 

Risale a questi anni la scoperta dell’alpinismo. «Gli esordi alpinistici di Guido Rossa sono avvolti da un alone di leggenda: un po’ per il carattere folgorante del suo percorso da autodidatta, che entro quattro o cinque anni lo avrebbe portato a guadagnarsi, nell’ambiente torinese, la reputazione del fuoriclasse; un po’ per le circostanze tragiche della sua morte, che avrebbero alimentato, retrospettivamente, il mito dell’operaio capace di imporsi in uno sport da borghesi com’era l’alpinismo classico». [1]

Guido è avventuroso e irriverente: durante una scalata alle Lunelle di Lanzo, sulle montagne a nord di Torino, all’altezza del passaggio chiave della parete, Guido incastrò una targhetta con la scritta è pericoloso sporgersi, rubata dal finestrino del treno.

Spesso portava in montagna il suo cane, lo imbragava e lo issava con la corda. In parete, in caso di pioggia, aveva con sé una cerata da pescatore, ingombrante, ma decisamente originale. Un giorno si presentò ai piedi della via Gervasutti alla Rocca Sbarua – classica palestra di arrampicata dei torinesi sopra Pinerolo – in giacca e cravatta, e scalò l’intera via slegato, con le scarpe da città. Sempre sulla “Gerva”, un’altra volta si portò dietro della dinamite e al termine del primo tiro di corda fece saltare in aria un grosso blocco di roccia pericolante: «variante Rossa», avrebbe scherzato.

Per Guido l’alpinismo era evasione e fantasia, un mondo dove l’unica regola era quella del sapersi arrangiare. L’atteggiamento dissacratorio che aveva in montagna non lo portò ad essere solamente ricordato come una figura stravagante e, a tratti, scostante. In tal senso passò alla storia la sua risposta a Riccardo Cassin, uno dei più celebri alpinisti italiani degli anni Trenta, al termine del corso da istruttore nazionale di alpinismo: «a me delle scuole non frega niente».



Foto 4: Virtuosismi in discesa a corda doppia.
 

Bravate a parte, ad essere ricordata è soprattutto la sua impressionante carriera alpinistica. Sulle Dolomiti, giovanissimo, ripeté più volte la via Comici allo Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo e la Comici-Dimai sulla nord della Cima Grande; la Graffer sul Campanil Basso nel Brenta; la Tissi alla Torre Venezia sul Civetta, solo per ricordarne alcune. Tutte salite, per l’epoca, di grandissimo impegno.

E poi l’incredibile via di Bonatti al Grand Capucin sul Monte Bianco e quella di Cassin sulla nord del Badile. Sul Bianco scalò più volte l’Aiguille Noire de Peutérey, come più volte salì sul Cervino, una volta addirittura per riuscire in un rocambolesco tentativo di salvataggio di una cordata bloccata dal maltempo. Insomma, un curriculum di prim’ordine, compresso soprattutto nei fine settimana in cui era libero dal lavoro. E difatti è proprio a causa degli impegni lavorativi che le avventure più numerose di Guido sono quelle sulle montagne vicino a casa. È sulla Parete dei Militi in Valle Stretta (l’ultimo braccio della Val di Susa, ceduto alla Francia nel 1947), raggiungibile con il treno fino a Bardonecchia e poi con una camminata tra i pascoli e le macchie di mughi, che Guido traccerà il suo maggior numero di vie di salita.

 

Foto 5: Sulla via del diedro giallo, una tra le più belle scalate aperte da Guido sulla Parete dei Militi in Valle Stretta.



A 29 anni Guido da qualche tempo non abitava né lavorava più a Torino. Dopo un’esperienza alla Fiat di Mirafiori, si trasferì a Genova e trovò lavoro come fresatore all’Italsider. A portarlo sul mare fu Silvia Carrara, genovese, che Guido aveva sposato nel 1959 e con la quale avrebbe avuto due figli: Fabio, morto prematuramente per un incidente domestico, e Sabina.


La fama da alpinista lo portò anche su montagne ben più alte delle Alpi. Nel 1963 fu invitato a partecipare alla spedizione organizzata dalla sezione torinese del Club Alpino Italiano sul Langtang Lirung, un’inviolata montagna di 7000 metri nell’Himalaya nepalese.

Per Guido l’esperienza extraeuropea fu un punto di non ritorno. E lo fu per due motivi. Il primo riguardò le condizioni di vita dei nepalesi, che lo colpirono profondamente e lo portarono a interrogarsi sul senso di scalare le montagne quando nel mondo continuavano a esistere estese e profonde sacche di povertà.

Il secondo lo riguardò ancora più da vicino. Due compagni della spedizione – Giorgio Rossi e Cesare Volante – morirono nel corso dell’attraversamento di un canalone della montagna, probabilmente per il cedimento delle corde fisse che la squadra aveva allestito poco prima. Per la spedizione, il sogno di conquista del Langtang Lirung sfumò e gli alpinisti ripiegarono sulla scalata di due cime minori, in ricordo dei compagni scomparsi.


 

Foto 6: In Nepal (Guido è sulla bicicletta).

 

Tornato a Genova, Guido diede una svolta alla sua vita. Lasciato da parte l’alpinismo estremo, si dedicò alla famiglia e all’amatissima figlia Sabina. Scoprì un’altra passione, quella per la fotografia, e in fabbrica diede tutto se stesso per la lotta sindacale, intraprendendo la strada che l’avrebbe portato a quel tragico epilogo.


 

Foto 7: Con la figlia Sabina.


Nel febbraio del 1970 scriveva all’amico scalatore valdostano Ottavio Bastrenta: «Da ormai parecchi anni, mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici che mi sono vicini l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza […] che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti, sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato premio) un paradiso di vette pulite, perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie […]. Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro». [2]

 

Foto 8: Un momento della lotta sindacale (Guido è il secondo da destra).


Molti alpinisti del tempo non capirono il suo abbandono dell’alpinismo, scelta che, invece, si addice perfettamente allo spirito critico e inquieto di Guido. Di lui scrisse , nel 1972, Gian Piero Motti, alpinista torinese di spicco della generazione successiva che rivoluzionerà il senso dell’andar per monti: «incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici. Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo». [3]

 

Quando Guido fu assassinato dalle BR, «forse solo gli alpinisti non si accorsero di nulla, perché da tempo Guido non era più uno dei loro» [4]. Guido non era morto in montagna «da semidio o superuomo», ma da uomo tra gli uomini.


[Sabauderna]


NOTE


[1] Luzzato, Giù in mezzo agli uomini, p. 30.

[2] Luzzato, Giù in mezzo agli uomini, vedi nota a p. 224.

[3] Motti, I Falliti e altri scritti, pp. 129-130.

[4] Camanni, Alpi ribelli, p. 189.

[5] le Foto 3, 4, 6, 8 sono tratte da “Giù in mezzo agli uomini”.



BIBLIOGRAFIA


D. Alfonso, M. Razzi, Uccidete Guido Rossa, Roma, Castelvecchi, 2019.

E. Camanni, Alpi ribelli, Bari, Laterza, 2018.

S. Luzzatto, Giù in mezzo agli uomini, Torino, Einaudi, 2021.

G. P. Motti, I Falliti e altri scritti, Scarmagno, Priuli e Verlucca, 2016.


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