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Post 223 - Primavera

  Visto che siamo nel pieno dell’inverno, abbiamo pensato che, logicamente, fosse proprio il momento adatto per trattare della parola “primavera”. Tutte le varianti ladine hanno una etimologia comune: la forma latino-volgare ricostruita *EX(I)UTAM, “uscita”, chiaramente nel senso di “uscita dalla cattiva stagione, dall’inverno”. A partire da questa forma sono avvenuti due fenomeni fonetici che chi ha letto i precedenti post di questa rubrica conosce già bene: la caduta di -M finale dell’accusativo latino, e la sonorizzazione dell’occlusiva -T-, trovandosi questa tra due vocali (chi non li avesse letti li può sempre recuperare sulla nostra pagina).  Inoltre, il nesso -CS- rappresentato dalla lettera X, che altro non è se non l’unione dei due suoni [k] (C dura di ‘casa’) e [s] (S di ‘silenzio’), si è semplificato perdendo il suono [k]. La vocale iniziale E- si è evoluta in I- per poi prendere ramificazioni diverse.  In un primo gruppo di varianti, è probabile che la parola ...
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C8 - Il Bellunese nel film Il colonnello Von Ryan

  Il colonnello Von Ryan (Von Ryan’s Express) è un film del 1965, diretto da Mark Robson e tratto dall’omonimo romanzo di David Westheimer. Ambientato in Italia durante la Seconda guerra mondiale, utilizza diversi paesaggi reali della penisola come sfondo narrativo del viaggio ferroviario dei prigionieri alleati verso la Svizzera. Ma che ruolo ha il Bellunese nel film? Le scene ambientate in alta Lombardia e in Canton Grigioni vennero girate lungo la linea ferroviaria tra Belluno e Calalzo di Cadore, utilizzata scenicamente per rappresentare il passo del Maloja. Già dalle inquadrature panoramiche delle Alpi, utilizzate per suggerire la vicina salvezza del gruppo dei protagonisti, si riconoscono i monti Serva e Dolada. Non solo: nelle successive riprese aeree compaiono il lago di Centro Cadore, l’abitato di Pieve e in parte quello di Perarolo. Per queste scene fu utilizzato come base d’appoggio l’aeroporto di Belluno. Il cuore delle sequenze bellunesi, però, è rappresentato dal pon...

Post 232 - Sport invernali

  Le Dolomiti di fine Ottocento appaiono già in forme che a noi sembrano familiari: ricche di ristoranti e hotel, meta di alpinisti ed escursionisti da tutto il mondo (vedi il nostro post 231). C’è però un grande assente: l’inverno. Il turismo della prima generazione è infatti sostanzialmente estivo, e nei mesi freddi i forestieri sono rari, mentre in paese ci si riposa dai lavori agricoli. Slitte e racchette da neve sono certo diffuse, ma hanno essenzialmente una funzione pratica, non ludica o sportiva, con l’eccezione degli slittini, già usati per divertirsi soprattutto dai bambini. La situazione inizia a cambiare a fine Ottocento. I primi sci delle Dolomiti vengono portati in Val Gardena nel 1893, per merito del viennese Emil Terschak. L’anno seguente è il turno della valle d’Ampezzo, dove vengono introdotti dal ceco Agostino Kolitsch, insegnante della locale Scuola d’Arte. In breve tempo la nuova disciplina si diffonde tra i valligiani, e compaiono i primi artigiani che si occu...

Post 228 - La nascita del turismo sulle Dolomiti

  Per la maggior parte della loro storia le Dolomiti sono state un tratto di Alpi, piuttosto scomodo da attraversare, che i forestieri percorrevano per ragioni di necessità - economiche, religiose, militari -, e non certo per la loro bellezza. Fino a fine Settecento neanche avevano un nome. Solo nel 1792 se ne assegna uno al minerale di cui tipicamente si compongono, la dolomite, coniato in onore del primo scienziato che se ne era interessato: il francese Déodat de Dolomieu. Col tempo questa denominazione passa a indicare anche le nostre montagne, che, a partire da metà Ottocento, iniziano il lungo percorso che le porterà a essere la rinomata meta turistica che oggi conosciamo. Tutto inizia con la nascita dell’alpinismo, che a partire dagli anni ‘50 porta i primi pionieri sulle Dolomiti. Nel 1854 si ascende il Peralba, nel 1857 tocca al Pelmo, tra il 1862 e il 1869 il viennese Paul Grohmann raggiunge le vette che circondano la conca ampezzana. Si creano così le prime associazioni a...

Post 230 - La peste a Sovramonte: memoria e tradizioni

  Chi sale sul colle di San Giorgio, sopra Sorriva di Sovramonte, ha davanti un panorama quieto: prati, boschi, il campanile e il muretto in pietra che accompagna il sentiero. È difficile immaginare che questo luogo, oggi così sereno, sia nato dal terrore della peste. Eppure nel passato di Sorriva c’è una storia dura: quella del contagio del 1631, della quarantena, dei morti sepolti in fretta fuori dall’abitato e di un voto collettivo che continua a essere onorato quasi quattro secoli dopo. Per capire perché una semplice minestra di fagioli, la Menestra de san Dordi , sia diventata il cuore identitario di Sorriva, bisogna però allargare lo sguardo per poi restringerlo di nuovo, dal globale al locale: prima all’Europa, poi al Nord Italia, infine al piccolo altopiano di Sovramonte; prima ai secoli medievali, poi al Seicento.   Nel suo intervento tenuto proprio a Sorriva, in apertura della Sagra di san Giorgio nel 2022, Claudio Centa, prete e docente di storia, ha ricordato che l...