Non è semplice ricostruire le tracce romane dell’altopiano sovramontino, situato geograficamente all’estremità occidentale della provincia di Belluno, causa la scarsità degli scavi archeologici condotti fino ad oggi e la limitata produzione scientifica che ne è conseguita. Tuttavia, alcune tracce sono emerse nel corso del tempo: tra queste spicca una sepoltura, rinvenuta nel corso degli anni ’50 del secolo scorso, nel contesto dei lavori di ampliamento della strada principale che collega le frazioni sovramontine di Servo e Sorriva.
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| Foto 1: cartina tratta dall’opera di A. Alpago Novello, con indicazione della località Murada |
Siamo in località La Murada (o Casa Murada), dove nel 1957 vennero alla luce alcune sepolture: tra tutte particolarmente affascinante un’urna cineraria, in pietra tufacea, con una copertura a incastro; fu inoltre rinvenuta una lastra con un’iscrizione. [1] In prossimità di questa tomba furono scoperti anche altri oggetti, appartenenti a quello che venne allora identificato come il corredo della stessa: si tratta di cinque monete romane imperiali (databili alla prima metà del IV secolo d.C., imperatori Costantino I e Costanzo II), tre braccialetti bronzei, una fusarola in osso decorato, un ago da cucito in bronzo e cinque frammenti di collana in bronzo. La tomba venne attribuita a Naeronia (o Caeronia) Massima, la presunta incinerata e colei alla quale apparteneva il corredo funerario sopracitato [2].
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| Foto 2: lastra lapidea con iscrizione |
L’iscrizione, riportata su una lastra lapidea (litotipo ignoto, si indica generalmente come pietra calcarea locale), è in parte abrasa. La stessa iscrizione, che si sviluppa in lunghezza per 75 centimetri, è ripartita in quattro righe oggi visibili — cinque se si considera una probabile intestazione, come di consueto per le epigrafi funerarie, che avrebbe previsto la dedica “agli dèi Mani”, solitamente indicati con le lettere “D M”, abbreviatura delle parole “Dis Manibus” —. Le lettere impiegate per comporre l’iscrizione sono capitali maiuscole, l’altezza delle lettere è abbastanza regolare per tutte le righe (circa 2,5 cm) e lo stile delle lettere indica che l’iscrizione, seppur di discreta fattura, è stata prodotta da una maestranza locale non specializzata. L’iscrizione non riporta il nome del dedicante (colui che commissionò l’iscrizione), che avrebbe potuto essere il marito: il suo nome sarebbe stato scritto, forse, nella sezione del testo che ad oggi risulta illeggibile. La donna viene descritta come moglie dolcissima e come madre di figli adulti. Il testo dell’iscrizione, così come riportato nell’edizione dell’Année Épigraphique, è il seguente: [--- | ---]tu[s] in memoriam | [...]aeroniae Maximae, coniugi | dulcissimae qu[ae --- libe]ros adultos, | defuncta est an(norum) XXXV. [3] La traduzione dell’iscrizione dal latino all’italiano è la seguente: «In memoria di Neronia (o Ceronia) Massima, moglie amatissima e madre di tre figli ormai adulti, morì all’età di trentacinque anni» [4].
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| Foto 3: reperti del corredo funerario |
Non è certa l’appartenenza del corredo alla sepoltura, in quanto i reperti vennero consegnati in maniera sconnessa e frammentaria, procurando dei dubbi sull’effettiva pertinenza del corredo stesso. I vari oggetti che lo compongono, tuttavia, sono comunque attribuibili a una sepoltura femminile: i monili e gli strumenti legati alla produzione e alla lavorazione della lana (in generale dei tessuti) sono caratteristici delle sepolture femminili dell’epoca romana, tardoromana e successivamente anche medievale. I cinque frammenti tortili in bronzo, che nella prima fase di analisi erano stati attribuiti a un bracciale, a seguito di uno studio approfondito sono stati ricondotti invece a una collana, date le dimensioni complessive troppo abbondanti perché potesse essere indossata al polso. L’armilla in bronzo è di fattura semplice: il bracciale risulta chiuso e non presenta particolari lavorazioni.
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| Foto 4: monete romane imperiale in bronzo “follis” attribuite al corredo |
Nello stesso contesto, come abbiamo detto, vennero ritrovate anche delle monetine in bronzo di età imperiale, attribuibili agli imperatori Costantino I e Costanzo II (prima metà del IV secolo, quindi in un arco di tempo dal 300 al 350 d.C.). Le monete in questione vengono dette “follis” (anche nummus o laureato). Il follis era una moneta di uso corrente di scarso valore che veniva impiegata per le transazioni di uso quotidiano. Questo tipo di moneta, introdotto con la riforma del 294 d.C., [4] era composto in prevalenza da bronzo (lega di rame e stagno), ma conteneva anche altri metalli quali piombo e argento. La moneta aveva un valore di tipo squisitamente fiduciario, ovvero un valore che era garantito dall’autorità emittente (l’imperatore e le zecche imperiali) e non dal valore intrinseco della moneta stessa (che era alquanto più basso, data la composizione prevalente di metallo vile).
L’urna cineraria in pietra tufacea accoglieva le ossa della donna selezionate dopo la combustione del corpo, il cosiddetto rituale di incinerazione, tipico della cultura romana pagana [5]. Ad oggi, le ossa che erano contenute nell’urna sono sotto esame presso una commissione di studiosi: lo scopo è quello di comprendere se effettivamente le ossa possano essere attribuite alla donna menzionata nell’iscrizione della lastra funeraria ritrovata con esse. L’urna, dotata di coperchio ricavato sempre dallo stesso litotipo, indicato generalmente come pietra tufacea, venne ritrovata chiusa; le ossa al suo interno devono quindi essere pertinenti al contesto funerario originale.
[AMarion]
NOTE
[1] Si definisce lastra un supporto epigrafico lapideo che riporta un’iscrizione che si sviluppa in senso orizzontale; questo la distingue dalla stele, che presenta un’iscrizione sviluppata in senso verticale.
[2] Il nomen della donna può essere integrato in due modi: essendo l’epigrafe abrasa nella sezione che comprende la prima lettera del nome, alcuni studiosi integrano la lettera “C” sostenendo l’origine locale del nome Caeronia (di derivazione dalle antiche popolazioni alpine preromane). Altri integrano il nome con la lettera “N” sostenendo che la donna in questione aveva un nome romano, anche se il nome Naeronia trova pochissimi riscontri nell’epigrafia latina.
[3] Le parentesi quadre “[ ]” indicano una lacuna; se presentano all’interno lettere o numeri questi sono delle possibili integrazioni proposte dagli studiosi, se invece presentano all’interno tre trattini “---” significa che non è stato possibile proporre un'integrazione (permane quindi la lacuna del testo). La barra verticale “|” indica che il testo procede a capo. L'Année Épigraphique è una rivista francese che si occupa annualmente di censire e schedare le iscrizioni latine rinvenute; su questa iscrizione si veda AE - 1990, 00399.
[4] Fu Diocleziano, imperatore dal 284 al 305 d.C., ad avviare un risanamento monetario nel corso degli ultimi anni del III secolo d.C., mettendo mano anche alla monetazione di piccolo taglio caratterizzata da metallo vile (bronzo).
[5] Il rito funebre romano subì alcuni cambiamenti con l’avvento del cristianesimo, rivoluzionato dal metodo di sepoltura cd. “a inumazione” e dalla conseguente e massiccia introduzione dei sarcofagi. In alcuni casi rimase in uso il rito di incinerazione: quest’ultimo prevedeva il posizionamento del corpo del defunto sopra la pira, la quale sarebbe stata incendiata e sarebbe bruciata. Dopodiché una persona scelta all’interno della famiglia del defunto avrebbe provveduto alla raccolta di alcune ossa dell’incinerato affinché venissero date alla sepoltura.
BIBLIOGRAFIA
A. ALPAGO NOVELLO, Da Altino a Maia sulla Via Claudia Augusta, Milano, 1972.
Carta Archeologica del Veneto (Vol. I), a cura di L. CAPUIS — G. LEONARDI — S. PESAVENTO MATTIOLI — G. ROSADA, Modena, 1988.
L. ALPAGO NOVELLO, L’età romana nella Provincia di Belluno, Verona, 1998.









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