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Post 244 - Comelico preistorico: la frontiera mesolitica

 


Parlare di archeologia preistorica nel Bellunese, come ormai avrete visto dai vari post passati,  risulta difficile, non tanto per la complessità dei dati,bensì per le evidenze spesso indagate solo a livello della superficie. Anche per i siti di cui parleremo in questo post, inseriti in un contesto di alta montagna, le evidenze sono state localizzate e analizzate grazie ai ritrovamenti fatti in superficie.


Le prime evidenze di reperti preistorici nell’areale provengono dal versante sudtirolese, e furono individuate negli anni Ottanta del secolo scorso per opera di Reimo Lunz nella zona palustre di Hochmoos, poco distante da malga Nemes (Sesto, BZ). Ma i primi rinvenimenti in Comelico risalgono al 1998, quando in Val Visdende vennero rinvenute delle selci lavorate, seguite negli anni  2000 dal rinvenimento di industria litica lungo la dorsale Spina-Quaternà.


Fig. 1 -Distribuzione dei siti. In giallo quelli genericamente indicati come mesolitici, in rosso quelli del mesolitico antico e in azzurro quelli del mesolitico recente


Le scoperte nel territorio del Comelico, a differenze del resto del Bellunese, sono state relativamente tardive. Uno dei contributi più importanti viene dall’estratto dell'Archivio Storico di Belluno, Feltre e Cadore sulla colonizzazione mesolitica del Bellunese.[1] Un ultimo contributo  sono state rilevate nel 2020 nell’ambito di un progetto finanziato dalla Fondazione Comelico Dolomiti e della Regola di Dosoledo.


Fig. 2 - Dorsale Costa della Spina dal Col Quaternà. Foto di Rupert Gietl. Archivio: Arc-Team Archaeology. Wikicommon. CC BY-SA 4.0.

Da questo quadro delle ricerche, si può facilmente intuire come il territorio sia pressoché sconosciuto, però quel poco che si conosce apre a interessanti prospettive che meriteranno approfondimenti in futuro.

Dunque, cos’è stato documentato durante il progetto della Fondazione e della Regola? 

Le ricerche di superficie hanno restituito quasi esclusivamente manufatti litici, sia in selce 一 la maggior parte 一 sia in cristallo di rocca. Questo tipo di reperti sopravvivono particolarmente bene allo scorrere del tempo in contesti d’alta quota, dove i fenomeni deposizionali sono pochi e limitati ad aree soggette a franamenti. Per fare un esempio pratico, in montagna un reperto del mesolitico può trovarsi 1 cm sotto al piano di calpestio, mentre nel fondovalle, o in pianura, un coccio romano può essere coperto anche da metri di deposito. Quindi con questi fattori ambientali fortunati è stato possibile riconoscere una serie di siti, e in particolare: Col Quaternà, un sito presso il Coltrondo; sul monte Cavallo, in particolare nella costa Rigoietto, sono emersi due siti; tra il Col de la Crodata e la Costa della Spina sono stati individuati ben sette siti; uno nel Forame di Melin; due siti presso la Spina di Londo; due sul Costone di Vissada, propaggine occidentale del monte Schiaron e un sito in fondo valle presso Gio’ d’Olmi.

Se ci fermassimo al solo conteggio dei reperti, tuttavia, i dati a nostra disposizione non ci direbbero molto, al di là di mostrarci una distribuzione di siti che comprende Col Quaternà, Col della Crodata, Costa della Spina, Spina di Londo e il Monte Schiaron. Come vi abbiamo già illustrato, i reperti litici possono svelarci molti dettagli: dal grado di conoscenza del territorio e delle sue risorse, alla mobilità dei gruppi umani, fino alle scelte dettate dalle necessità delle tecniche di scheggiatura.

Fig. 3 - Scheggiatura a pressione (illustrazione M. Cutrona 2021).

I contesti individuati hanno consentito di riconoscere non solo diversi prodotti della scheggiatura, ma anche i "nuclei" originari. Lo studio delle impronte in negativo lasciate dalle schegge staccate da questi blocchi ha permesso di ricostruire le esatte azioni che hanno preceduto il loro abbandono. A questi si aggiungono i manufatti cosiddetti “ritoccati”, che comprendono diverse categorie di strumenti. Tutti sono stati realizzati, appunto, con la tecnica del ritocco: quest'ultima consiste nel dare una forma precisa all'oggetto non colpendolo, bensì esercitando pressione sulla superficie della scheggia o della lama tramite uno strumento, generalmente in palco (ovvero corno di cervide).

Lo studio degli aspetti funzionali e di lavorazione di questi manufatti ha permesso di datare i vari siti, collocandoli cronologicamente nel quadro del Mesolitico (10.000 - 5600(?) a.C.). Nel caso fortunato dei siti di Rigoietto 1 e 2, in particolare, è stato possibile risalire a datazioni precise, rispettivamente al Mesolitico recente (Castelnoviano, 6800 - 5600 a.C.) e al Mesolitico antico (Sauveterriano, 9600 - 6800 a.C.).


Fig. 4 -  Manufatti in selce scheggiata dai siti di Costa del Rigoietto 1 e 2: 1-3 lamelle, 4 e 16 nuclei a percussione diretta, 5-15 schegge, 17 frammento di elemento per la confezione di frecce (punta di freccia). (Immagine da Bertola, Fontana e Visentin 2023)


La datazione del primo sito (Rigoietto 1) è stata dedotta dalla presenza di lame molto regolari, ottenute con tecniche di percussione avanzate. Tra queste spiccano la tecnica a pressione (che prevedeva l'uso di uno strumento simile a una stampella, su cui l'artigiano poggiava il peso del proprio corpo) e la percussione indiretta (ottenuta percuotendo il nucleo appoggiato su un'incudine). Il secondo sito (Rigoietto 2), invece, è stato attribuito al Mesolitico antico grazie al ritrovamento di un nucleo di forma piramidale e di un frammento di  armatura microlitica, ovvero di un piccolo manufatto in selce, di dimensione di poco superiori al centimetro. Le armature microlitiche, di forma variabile (triangolare, trapezoidale o a segmento), venivano inserite e fissate mediante resine e legature su supporti in legno, osso o palco di cervo, formando strumenti compositi come, per esempio, delle punte di freccia.

È in realtà con uno studio più attento che possiamo ricostruire gli spostamenti dei gruppi mesolitici, non solo nella microarea del Comelico, ma nel più vasto contesto delle Alpi Orientali.Come fare ciò? Attraverso l’analisi delle materie scheggiate, studiandone le caratteristiche micro e macroscopiche, in modo da riconoscere le differenze interne tra materiali provenienti dalla stessa formazione. Da quest’analisi 一 condotta da Stefano Bertola 一 sono state riconosciute ben 10 aree di approvvigionamento della selce per la produzione di strumenti: 

  1. Il Comelico stesso, scontato ma meno di quel che si potrebbe pensare, caratterizzato da quarziti e radiolariti scure; 

  2. la finestra dei Tauri, zona nord della Val Pusteria, caratterizzata da quarzo ialino o cristallo di rocca; 

  3. le Dolomiti di Lienz (Austria), radiolariti grigio-verdi [1]; 

  4. le Dolomiti di Braies, gruppo che presenta diverse tipologie di selce, la selce nera della formazione di Buchenstein, le selci rosse e grigie delle serie giurassiche e cretaciche (Rosso Ammonitico, Maiolica, Marne di Puez, Scaglia Variegata Alpina); 

  5. La Catena Paleocarnica, a oriente del Comelico, che è caratterizzata da rocce molto antiche: Da questa località provengono le radiolariti della formazione Zollner; 

  6. le Alpi Carniche, in particolare si sottolinea la zona compresa tra Sappada e Forni Avoltri: da quest’area provengono le selci della formazione di Buchenstein/Acquatona;

  7. le Prealpi Carniche, da cui  provengono diverse varietà di materia litica grazie alla presenza di numerose tipologie di calcari e dolomie, presentando esse caratteristiche affini al vallone bellunese: Infatti sarà possibile riconoscere molti toponimi familiari nei nomi delle formazioni rocciose. Riassumendo da questa ampia area provengono le selci della Dolomia di Forni/Calcare di Chiampomano; selci della Formazione di Soverzene/Igne; selci delle Encriniti del Verzegnis; selci del Calcare del Vajont; selci della Formazione di Soccher; selci del Rosso Ammonitico; selci della Formazione di Fonzaso; selci della Maiolica; selci della Scaglia Variegata Alpina e selci della Scaglia Rossa;

  8. L’anfiteatro morenico del Tagliamento e Alta Pianura Friulana: questa formazione di conglomerati originata da imponenti depositi fluvioglaciali durante periodi di glaciazione presenta al suo interno blocchi e ciottoli di selce. Alcuni dei reperti del comelico presentano delle caratteristiche che hanno consentito di riconoscerle appunto come selci che hanno subito effetti erosivi tipici dei ghiacciai.

  9. le Prealpi Bellunesi: le selci che provengono da qui sono le selci della Formazione di Soverzene/Igne; le selci del Calcare del Vajont; le selci della Formazione di Soccher; le selci della Maiolica; le selci del Rosso Ammonitico; le selci della Formazione di Fonzaso; le selci della Scaglia Variegata Alpina e le selci della Scaglia Rossa;

  10. Val di Non: il punto più occidentale da cui provengano evidenze. Si tratta di selci della Scaglia Variegata Alpina e della Scaglia Rossa.

Questo pone il Comelico in relazione tra l’area della Pusteria e della pianura Friulana, con una stagionalità scandita dagli spostamenti nord-sud dei gruppi mesolitici. Inoltre, ci permette di avere una visione sui loro spostamenti e sui possibili contatti con altri gruppi, come per il quarzo dei Tauri o la selce della Val di Non.


Fig. 5 - Ipotesi ricostruttiva del sito di Costa del Rigoietto 2 (illustrazione M. Cutrona 2021).


Il Mesolitico è un mondo lontano a noi, sia cronologicamente  sia nel modo di vivere. Dobbiamo immaginare i piccoli gruppi formati da nuclei familiari estesi, caratterizzati da pochi individui, spostarsi, costruire il proprio accampamento seguendo la stagionalità e i branchi di cervi e altri animali, risalendo una pianura incredibilmente diversa da oggi (e permettetemi, più fresca e rigogliosa di alberi) e le montagne con boschi intatti dal fondo valle alle sommità, dominate ancora da quel che rimane dei ghiacciai würmiani. Un mondo dove le persone vivevano e sopravvivevano seguendo i ritmi dettati dalla natura. Così il Comelico, non come luogo di confine, ma come uno dei tanti nodi tra le varie comunità che abitavano la regione alpina.

Si ringraziano gli autori del volume Frequentazioni Preistoriche sui Monti del Comelico: Stefano Bertola, Federica Fontana e Davide Visentin (Vittorio Veneto, 2023) e un ringraziamento va anche all’illustratore Mauro Cutrona per la disponibilità data. 


Fig. 6 - Frequentazioni Preistoriche sui Monti del Comelico, Vittorio Veneto, 2023.


Tutte le immagini appartengono agli autori e sono pubblicate per gentile concessione degli stessi. 


[MattIki]


NOTE

[1] La radiolarite è una roccia sedimentaria caratterizzata da biossido di silicio, a grana fine e molto compatta, caratterizzata per essere composta principalmente da fossili di radiozoa.


BIBLIOGRAFIA

Bertola S., Fontana F., Visentin D., Frequentazioni Preistoriche sui Monti del Comelico,Vittorio Veneto, 2023.

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