Mai visto questo uccellino in giro? Probabilmente sì, è molto diffuso e frequenta volentieri orti e giardini. Fa parte della famiglia delle cince (Paridi), come la cinciarella e la cincia dal ciuffo.
Oggi vorremmo vedere come si chiama nei vari idiomi della provincia, perché si tratta di una parola molto curiosa.
L’etimologia di questa parola è il termine latino PARRA, un uccello non meglio identificato (forse l’upupa o la civetta?) considerato di malaugurio. A questo è stato aggiunto il suffisso -UCEOLA, composto di due suffissi, che in italiano corrispondono a:
il vezzeggiativo -uccio, per esempio nella parole ‘casuccia’, ‘cantuccio’
il diminutivo -olo, come in ‘figliolo’, ‘bestiola’
PARRUCEOLA(M) quindi (con la solita -M finale dell’accusativo che cade).
Dunque… Ci siamo cacciati un po’ nei guai con le nostre mani, scegliendo di trattare questo termine, perché la spiegazione di come si sia evoluto per molti aspetti non è del tutto chiara. Però secondo noi è interessante per due motivi:
Perché mostra quanto complessa possa essere talvolta la storia delle parole;
Perché fa vedere quanta ricchezza ci sia in un territorio così piccolo come quello della provincia di Belluno, dove sono concentrate un sacco di varietà linguistiche diverse, ognuna coi propri fenomeni fonetici (ma anche morfologici, lessicali…).
Prendiamo alcuni esempi (trovate nella cartina la distribuzione completa delle varianti).
P A R R U C E O L A
- In alcune la A si è conservata: paruzola a Venas, parussola a Colle Santa Lucia*. In altre si è chiusa in E: perussola (Agordino, Bellunese, però non sappiamo spiegare bene questo fenomeno, in questi casi). Nelle varianti comeliane si è chiusa ulteriormente, evolvendo in I, pirùslä, fino anche a sparire del tutto: pruslä (entrambe attestate a Dosoledo).
- Il suono palatale C si è evoluto in suoni più o meno dentali (ovvero pronunciati portando la lingua dal centro del palato più avanti, verso i denti). Dal più palatale, e vicino all’originale C, al meno: CI- in parùciola (Laste); SCI- in parusciola (Livinallongo), S in perussola, Z in peruzola (Lozzo), fino a ZH [θ] in peruzola (Feltrino).
- L’ampezzano segue però un’altra evoluzione, in SC- (con C dura): parùscola. Anche in questo caso non c’è una spiegazione certa. Si può ipotizzare che sia per influenza di altre parole come méscol e pramìscol, le cui etimologie erano ugualmente sdrucciole (ovvero l’accento cadeva sulla terzultima sillaba).
Ci sono poi alcune varianti, le avrete notate nella cartina, che aggiungono un aggettivo:
In Zoldo perussola dala (ovvero “gialla”), la si distingue dalle altre specie della stessa famiglia per il caratteristico colore del piumaggio sul petto
Perussola dopia fa lo stesso, ma indicandola come “doppia”, ovvero “grande”, perché tra le cince è quella di taglia maggiore
Il feltrino ha poi un’altra forma alternativa: zarpiròla. Viene dal verbo zarpìr, ovvero “potare”, perché nella tradizione contadina si tramandava l’usanza di iniziare le potature ai frutteti quando la cinciallegra cominciava a cantare.
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| Foto 2: hedera.baltica |
Un’ultima curiosità, sempre nel feltrino, dove l’esito è peruzhola, col suono [θ].
Perso il legame con la vera etimologia della parola, presso alcuni parlanti peruzhola è stato re-interpretato concettualmente come “piccola pera”. Questo perché le cince hanno una grande mobilità, e riescono ad appendersi ai rami quasi a testa in giù: e in effetti per forma e colore assomigliano parecchio a un peruzh 🍐. Per quanto suggestiva questa però è una paretimologia.
A cura di MUSLA e per Crodap [Nic].
*Tutte le S che scriviamo doppie indicano comunque la -S- breve, ma sorda (per es. l’italiano ‘asettico’, non la -S- di ‘naso’ che è sonora)
Per approfondire: PELLEGRINI, G. B. – SACCO, S., Il ladino bellunese. Atti del convegno internazionale (Belluno, 2-3-4 giugno 1983), Belluno, 1984.





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