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Post 242 - Il mondo nascosto dei Piani Eterni

 


Quando negli anni Settanta si iniziò a pensare alla creazione di un parco nazionale (vedasi post n. 167), si era coscienti della vastissima diversità di specie animali e vegetali presenti nel Bellunese.[1] La loro importanza era in primis ecologica, ma anche culturale, in quanto simboli di una società montana che necessitava di essere protetta e conservata. La superficie finale del parco fu estesa a un totale di 31.500 ettari e comprendeva nel suo territorio, oltre agli ambienti naturali come le montagne, i torrenti, le gole e le pozze, anche ambienti antropizzati o modellati dall’uomo, come i boschi e i pascoli. Questa varietà di habitat permetteva così di includere le specie più diversificate, alcune delle quali endemiche, ovvero esistenti esclusivamente nel Bellunese.

Un esempio di habitat fortemente conservato sono i Piani Eterni, o meglio, ciò che vi sta sotto. I Piani Eterni sono un altopiano di 14 chilometri quadrati che si sviluppa tra 1.700 e 1.900 metri s.l.m., situato nelle Vette Feltrine e protetto a nord dalle cime del Monte Brendol e del Monte Mondo, mentre a sud dal Monte Cimia. È usato come pascolo estivo per le vacche della Malga Erera e i suoi prati ospitano una grande ricchezza di insetti impollinatori, di ungulati e di piccoli mammiferi. Ma questa biodiversità non si limita a popolare la superficie.


Foto 1: I Piani Eterni dalle pendici del Monte Mondo

1. Geologia

I Piani Eterni hanno il tipico aspetto di circo glaciale, ovvero un’area quasi pianeggiante circondata da ripide pareti rocciose che è stata creata dai ghiacci dell’ultima glaciazione (quella Wurmiana, tra 110.000 e 12.000 anni fa). Dal punto di vista geologico, l’altopiano è caratterizzato da calcari grigi e dolomia. Qui il carsismo, fenomeno geologico in cui l’acqua penetra nei calcari sciogliendoli, ha plasmato un sistema di grotte e cunicoli che si estende per 35 km sotto l’altopiano e raggiunge una profondità di -1.052 metri.         
Oltre il Monte Cimia, sui ripidi pendii della Val Falcina, di fronte alla Gusela Marini (o Gusela della Val del Burt), si affaccia l’ingresso della Grotta Isabella, un’altra cavità di origine carsica, la cui esplorazione ufficiale è iniziata negli anni ’90. Inizialmente gli speleologi rilevarono i primi 70 metri, fermandosi però a una strettoia, caratterizzata da corrente d’aria e rumore d’acqua.


Foto 2: All’interno della Grotta Isabella © Ianfranco Sbardella


2. Spedizioni

Negli anni, l’interesse per queste gallerie naturali cresce e non si limita più al solo aspetto geomorfologico. Così, tra il 2004 e il 2007 vengono avviate diverse spedizioni scientifiche con l’obiettivo di indagare quali organismi popolino i ruscelli e i laghi sotterranei dei Piani Eterni e della Grotta Isabella. Questi ambienti sotterranei, infatti, sono tutt’altro che isolati e interagiscono molto con la superficie. Si stima che l'acqua piovana che si infiltra nel sistema carsico raggiunga i punti più profondi nel giro di poche ore. Questo flusso continuo crea un collegamento diretto tra esterno e interno, trasformando le grotte in recipienti che raccolgono ciò che la pioggia trascina con sé. Per questo motivo molti organismi presenti nelle cavità non sono veri specialisti del mondo sotterraneo e vi si possono trovare perché trasportati dall'acqua piovana (tecnicamente vengono chiamati organismi troglosseni).

In seguito a queste campagne di campionamento, sono state individuate 27 specie diverse, principalmente appartenenti ai gruppi dei nematodi e degli anellidi, ma anche crostacei e ditteri. Alcune di queste specie erano note, ma sono state documentate così per la prima volta in Italia, mentre altre erano del tutto nuove alla scienza. Cinque nuove specie sono state descritte ufficialmente, ampliando il quadro della fauna ipogea italiana. Tra queste, un anellide del genere Rhyacodriloides (famiglia Naididae) è stato battezzato aeternorum, in riferimento al luogo di scoperta.      
Tra le specie trovate sono stati identificati anche degli organismi stigobi, ovvero organismi adattati ad ambienti sotterranei prettamente acquatici. Il loro nome deriva dallo Stige, nella mitologia greco-romana il fiume degli inferi. Presentano caratteristiche tipiche come antenne molto lunghe, sono depigmentati e spesso possiedono particolari organi sensoriali per poter vivere nel buio totale.


Foto 3: Sezione del complesso dei Piani Eterni basata sulle conoscenze del 2008 (modificata da Sambugar et al. 2008). V35 e PE10 sono i due ingressi principali.

L’origine di questa notevole diversità di organismi stigobi potrebbe risalire a periodi ben precedenti l’ultima glaciazione. Due scenari evolutivi sono considerati plausibili: da un lato, una ricolonizzazione delle grotte avvenuta dopo il ritiro dei ghiacciai, dall’altro, la sopravvivenza delle popolazioni sotterranee all’interno della falda acquifera profonda durante le fasi glaciali.

Quest’ultima ipotesi appare particolarmente convincente alla luce della presenza di specie relitte, ovvero specie che erano presenti in un territorio più ampio di quello attuale e che vi sono state confinate in seguito a eventi che ne hanno causato l’estinzione altrove. Tra queste spicca l’anellide del genere Rhyacodriloides, già noto per abitare le profondità del Lago Baikal (Russia) e diversi sistemi sotterranei delle Alpi Orientali. L’isolamento in questi ambienti ipogei ha portato a adattamenti morfologici specifici e quindi alla specie che conosciamo oggi. La loro distribuzione suggerisce che, durante le glaciazioni, ampie reti di crepe nel substrato roccioso abbiano offerto vie di fuga verso zone più profonde della falda, dove le condizioni rimangono relativamente stabili e non soggette al congelamento superficiale. 

Rifugiandosi in questi ambienti protetti, gli stigobionti avrebbero potuto superare i periodi più rigidi e, una volta terminata la glaciazione, ricolonizzare gli habitat delle grotte oggi esplorate.


Foto 4: Esempio di anellide della famiglia Naididae

Questa prima campagna biospeleologica non solo ha dato informazioni preziosissime sulle comunità di invertebrati dell’ambiente sotterraneo, ma ha anche permesso di conoscere meglio la storia delle Dolomiti.


Foto 5: Ingresso principale del complesso dei Piani Eterni © Michela Zambelli


3. Nuove esplorazioni

Il collegamento tra il complesso sotto i Piani Eterni e la Grotta Isabella fu trovato nel 2009 permettendo così di ampliare ulteriormente la mappatura e la conoscenza di nuovi cunicoli. Attualmente è in corso un altro studio a cui partecipano diversi gruppi speleologici e di ricerca per identificare e potenzialmente scoprire nuove specie a livello sia di flora sia di fauna. Ciò permetterebbe di comprendere ancora meglio l’evoluzione di queste montagne e del loro interno.


[Mat]


BIBLIOGRAFIA


Sambugar, B. – Ferrarese, U. – Martìnez-Ansemil, E. – Stoch, F. – Tomasin, G. – Zullini, A., The groundwater fauna of Piani Eterni karstic area (Dolomiti Bellunesi National Park, Southern Limestone Alps, Italy) and its zoogeographic significance, «Subterranean Biology», n. 6, 2008, pp. 67-76. Link

Sauro, F. – Zampieri, D., – Filipponi, M., Development of a deep karst system within a transpressional structure of the Dolomites in north-east Italy, «Geomorphology», n. 184, 2013, pp. 51–63. Link


SITOGRAFIA


Il Veses Immersi nel buio di Grotta Isabella - Il Veses 

Club speleologico Proteo Vicenza APS Menù - Biospeleologia 

Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi Altopiano carsico Erera – Piani Eterni – Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi 


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