A chi non è mai capitato di passare per una qualche via, leggere il nome della persona a cui è intitolata e chiedersi: «e chi cavolo è questo?» Quanti di voi si sono mai fermati a leggere i nomi scolpiti su Porta Castaldi (che malgrado i tentativi nazionalistico-patriottici del periodo postunitario noi continuiamo serenamente a chiamare ‘Porta imperiale’)? Ne sapreste riconoscere alcuni? E quanti sono gli abitanti di Feltre che sanno dire chi fosse lo Zannettelli a cui è dedicata la ex caserma? O magari il Filippo de Boni della piazza quasi in cima a via Mezzaterra?
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Foto 1: Porta imperiale. Fonte foto: Di Syrio - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=163588640.
Sosteniamo che sarebbero pochi quelli al di fuori della cerchia di studiosi e degli appassionati di storia che saprebbero dare un volto e una storia ai nomi di questi feltrini ottocenteschi. Eppure, a un certo punto abbiamo ritenuto importante dedicare loro delle vie, delle piazze e, nel caso di Zannettelli, addirittura un’intera struttura militare.
Oggi, che lo vogliate o meno (il post è nostro, decidiamo noi e voi non vi opponete) scopriremo assieme alcuni nomi dell’Ottocento feltrino, in particolare legati alle fasi storiche del Risorgimento, dell’Unità d’Italia e dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia.
Ottocento italiano = Risorgimento = Unità d’Italia?
Delimitiamo brevemente il periodo di cui stiamo parlando, ovvero il lungo Ottocento e il fenomeno delle ripetute rivoluzioni, rivolte, tumulti e sommosse che lo animano, soprattutto in Europa continentale ma non solo. In seguito al periodo illuminista e alla Rivoluzione francese, fasce sempre più ampie della popolazione di questi stati acquisiscono gradualmente coscienza della propria condizione sociale tramite anche la quasi neonata dimensione dell’opinione pubblica.
Chiaramente questo non vuol dire che le masse unite si ribellino compattamente contro i sovrani assolutisti (che comunque ora sono al tramonto), bensì che va formandosi maggior varietà di classi sociali, che quelle più colte si espandono, che la cultura è sempre più accessibile e che le piccole nobiltà e le borghesie cittadine (in questo primo momento si parla di loro) iniziano a rivendicare sempre maggiori libertà, sia sociali sia economiche.
Ma non è tutto qua: persa l’identità che la sovranità tramite diritto divino dava allo Stato, si cercano nuovi modi per definire la Nazione. Ecco appunto quindi sorgere i nazionalismi, fenomeni che portano le unità statali, più o meno grandi, a darsi un’identità tramite la propria storia (vera o presunta). Le mitologie nazionali, importanti anche per la distinzione dall’altro, diventano fondamentali e vedono la creazione e la celebrazione di eroi nazionali dal presente e dal passato.
Va da sé che gli interessi in gioco sono tantissimi e multiformi, tutt’altro che unitari, e questo vale anche per le tante realtà politiche della Penisola italiana. Quasi inutile ricordare che a cavallo tra il XVIII e XIX secolo il nostro paese era quanto mai frammentato, perché cosa nota; molto più utile mettere in luce invece la diversità di motivazioni che potevano portare un popolo, una città, una classe, un gruppo di persone o un principe a insorgere contro lo stato o contro un qualche potere costituito. Ci fermiamo qua, ma questa introduzione ci serve per chiederci: cosa volevano gli abitanti di Feltre in tale o tal altra fase dell’età delle rivoluzioni? Volevano tutti la stessa cosa? A chi importava delle gesta di quale eroe?
Come abbiamo già accennato nel post n. 210 sulla storia di Carlo di Rudio, Feltre, come la totalità della provincia di Belluno, si trova stabilmente nell’Impero Austriaco a partire dal 1813.[1] Entra a farne parte già dal 1797 col trattato di Campoformio, ma di fatto il Veneto rimane conteso tra Impero Napoleonico e Austriaco per tutta la fase che precede la Restaurazione. Ricordiamo inoltre che il Veneto non sarà annesso al Regno d’Italia prima del 1866, dunque più di cinque anni dopo l’Unità, a sottolineare quanto sia importante prendere in considerazione i diversi contesti regionali quando si parla di questo periodo e della sua narrazione. Fondamentali per questo contributo sono state le risorse e i fondi del Museo Civico di Feltre e il catalogo della mostra Feltre e il Risorgimento curato dalla direttrice Tiziana Casagrande. Vediamo allora di conoscere alcuni dei protagonisti e alcune tappe del Risorgimento feltrino.
Vari volti e vicende dell’Ottocento belligerante nel Feltrino
Per scoprire e contestualizzare al meglio le storie di queste persone seguiremo la periodizzazione tradizionale della storiografia, che segmenta in diverse fasi quello che succede tra prima e dopo la Restaurazione per esempio, oppure prima e dopo la Prima guerra d’indipendenza. Alcuni patrioti si distinsero durante un periodo preciso, mentre altri, come Filippo de Boni ad esempio, furono invece attivi durante più decenni.
Per il periodo Napoleonico e in generale durante le prime fasi del Risorgimento si ricordano pochi nomi, e questo per vari motivi: la città era piccola e il territorio poco abitato, la classe media era modesta e mancava qualsivoglia direzione rivoluzionaria (gli ordini e le leggi sono ovviamente imposti dall’alto, fossero da parte veneziana, austriaca o francese, non è questo il momento in cui si formano le guardie cittadine), e il caos è spesso dilagante. Inoltre, ci troviamo ancora in fase di formazione per quell’identità nazionale italiana che prenderà voce in alcune parti della popolazione, che comunque non sempre gradisce la presenza di truppe rivoluzionarie francesi sul territorio.[2] Insomma, a Feltre mancavano numeri, forze e interesse per gesta rivoluzionarie. Dopo la Restaurazione e il Congresso di Vienna fu istituito il Regno Lombardo-Veneto; era sotto il diretto governo dell’Impero e comandato da viceré che risiedevano nel suo capoluogo, ovvero Milano.
Gli anni del post-Restaurazione sono poco conosciuti dal pubblico ma cruciali per gli sviluppi del secolo; questo è il periodo in cui si formano delle nuove coscienze politiche in Italia e in Europa. Sono, per capirci, gli anni di Silvio Pellico, del primo Mazzini e della Giovine Italia, di un paio di ondate di rivolte fallite e della famosa carboneria. Anche in questo caso, però, da Feltre non emergono imprese e gesta degne dell’attenzione della celebrazione post-unitaria. La popolazione intanto cresce e la portata delle classi colte lentamente si espande: sono anni in cui le innovazioni in campo medico e in generale nelle scienze portano a un graduale aumento del benessere, a sviluppo demografico e cambiamenti sociali. Anche l’alfabetizzazione infatti va aumentando, e in particolare (per la Penisola) in zone come la Toscana, il Piemonte sabaudo e il nostro Lombardo-Veneto, dove il tanto vituperato impero Austriaco molto contribuì alla realizzazione di infrastrutture e trasporti, nonché a potenziare l’istruzione e la formazione di una parte via via crescente della popolazione, anche dopo i moti del ‘48.[3]

Foto 2: Ritratto fotografico di Daniele Manin
Nel ’48 finalmente si entra nel vivo.[4] Si esce da anni difficili: nonostante, come abbiamo appena accennato, il governo austriaco sia più illuminato di altri, non vuol dire che sia gradito da tutti i sudditi. La pressione fiscale nel Lombardo-Veneto è notevole, come lo era stata in quegli anni anche la repressione del dissenso politico. Inoltre, si esce da anni di carestia, che aveva colpito molte zone d’Europa tra il ’45 e il ’46; l’intero continente è in subbuglio, in Italia serpeggiano gli ideali mazziniani e chi in Veneto è a favore di un cambio di governo, anche impugnando le armi se necessario, guarda con interesse al Piemonte, ma anche al pontefice recentemente eletto, ovvero Pio IX.[5] Questi sono anche gli anni della Prima guerra d’indipendenza (23 marzo 1848 – 22 agosto 1849), che vede appunto il Regno di Sardegna schierato assieme a vari eserciti di volontari italiani contro l’Impero, al fine di intaccare il dominio austriaco nel Nord Est e confermare lo stato Piemontese come potenza egemone del Settentrione. I moti popolari partirono il 12 gennaio a Palermo, ma l’episodio decisivo nel far deflagrare la guerra furono le Cinque giornate di Milano.[6]
E Feltre in tutto questo? La città, come tutto il Veneto, aveva parti della popolazione molto ricettive verso l’aria di rivolta che si andava respirando, e infatti a Feltre, come a Belluno e ad Agordo, furono istituite delle guardie cittadine gestite da governi cittadini provvisori (come era stato anche il caso per Milano). Il loro appoggio politico e militare fu immediatamente dato alla Repubblica di San Marco,[7] nata dallo scoppio di una rivolta a Venezia il 17 marzo 1848, che tenne il controllo della città sulla laguna fino al 22 agosto del 1849. Il comitato provvisorio di Feltre durò dal 28 marzo al 7 maggio ed era composto da alcuni esponenti di nobili famiglie feltrine; a esso facevano capo anche le guardie cittadine costituite ad Arsiè, Lamon, Servo, Arten e Fonzaso.[8] Il compito di queste milizie fu quello di sorvegliare i valichi, in particolare quelli dello Schener, della Pezza e di Fastro, vie di comunicazione piuttosto rilevanti in quel frangente storico; proprio a Fastro le guardie di Feltre e Arsiè si erano arroccate nella fortezza della Scala, sopra Primolano.[9] Nacquero poi i Crociati feltrini, un gruppo di volontari che, capitanati dal sacerdote Antonio Zanghellini,[10] furono di supporto assieme ai Crociati trevigiani e vicentini durante la battaglia di Sorio e Montebello.

Foto 3: Ritratto dell’abate Antonio Zanghellini, 13 giugno 1858, matita su carta.
Feltre fu poi ripresa dagli austriaci il 6 maggio e fu oggetto di numerose requisizioni; dopo di che, il generale Karl von Culoz scese per la valle della Piave e si scontrò con le truppe di volontari pontifici del generale Andrea Ferrari a Cornuda, la cui resistenza fu vana senza l’aiuto del generale Giovanni Durando, che non arrivò in tempo da Bassano. Onigo e Cornuda furono oggetto di rappresaglie e saccheggi in cui fu coinvolto e torturato e giustiziato il sacerdote Mansueto Zanni di Feltre. L’8 maggio cadde anche la difesa di Arsiè e tutta la provincia tornò sotto il controllo austriaco, a eccezione del Cadore che grazie ai volontari capitanati da Pier Fortunato Calvi resistette fino al 15 giugno.[11] Essendo che Venezia assediata resistette fino all’estate dell’anno successivo, molti insorti, fuggitivi e disertori vi ripiegarono e tra questi si annoverano diversi volontari bellunesi, come il letterato Jacopo Tasso e il famoso Carlo di Rudio, e feltrini, come il tenente Dante Villabruna e Zannettelli stesso; alcuni di loro persero la vita combattendo nella sortita di Mestre nell’ottobre del ‘48 e nei fatti d’arme di Marghera a maggio ‘49.[12]
A questo punto del discorso, di solito si passa subito a parlare della Seconda guerra d’indipendenza e delle vicende che portarono all’Unificazione, ma si finisce per perdere di vista il fatto che nei dieci anni che intercorrono succedono un sacco di cose importantissime. In casa savoia Carlo Alberto abdica in favore del figlio. Cavour succede a d’Azeglio come primo ministro del Piemonte e in Francia a seguito di un colpo di stato sale sul trono Napoleone III acquisendo il titolo di imperatore dallo zio. Col fallimento della guerra del ’48-’49, le repressioni da una parte e la concessione effettiva di costituzioni dall’altra, il clima generale in Italia cambia molto;[13] per alcuni studiosi il periodo definito Risorgimento finisce qui. Si è infatti in parte placato lo spirito delle rivoluzioni e insurrezioni. I volontari dei vari territori dello stivale che combattono in favore di un’Italia libera e unita sotto il regno di Sardegna diventano sempre più spesso soldati inquadrati nell’esercito piemontese (o comunque in altri eserciti regolari): è quella la scelta più opportuna per chi vuole sostenere la causa. Ci sono delle eccezioni chiaramente, come i corpi di volontari a seguito di Garibaldi: su tutti, i famosi Cacciatori delle Alpi.
Ora le sorti sono decise da eserciti e corpi militarmente inquadrati che si fronteggiano apertamente, e chi vuole dare il proprio sostegno si arruola, non cerca di far insorgere la popolazione e di proclamare repubbliche indipendenti. L’unico che ci prova è Mazzini, che pilota delle operazioni dall’Inghilterra, ma sono tutte fallimentari a causa delle mancate insurrezioni delle popolazioni urbane e rurali. Coloro che verranno ricordati come patrioti sono dunque costretti a muoversi molto. Certo, per gli italiani sudditi austriaci espatriare senza permesso era illegale, soprattutto per i giovani uomini: vigeva infatti la coscrizione obbligatoria nell’esercito imperiale, alla quale ci si poteva sottrarre solo se benestanti, pagando 1.500 fiorini. Così fece il Conte Nicolò de Mezzan, per poi oltrepassare il confine ed entrare a Firenze nei ranghi dell’armata francese, che nel 1859 fu schierata con l'esercito piemontese contro l’Austria.[14]

Foto 4: Ritratto fotografico di Nicolò de Mezzan. Foto su gentile concessione della direzione dei Musei Civici di Feltre
De Mezzan è uno dei nomi più noti di queste vicende: fu presente anche a Solferino e a San Martino e coinvolto in molte altre battaglie e azioni militari nei mesi successivi con l’esercito piemontese. Rimase ucciso nel gennaio 1861 durante il lungo assedio di Gaeta (gli assedianti erano i piemontesi, l’assediato era Francesco II, re delle Due Sicilie): fu colpito mentre era intento a riparare i danni causati dal fuoco borbonico alla batteria di cui era a comando. Di rilievo fu anche la figura dello zio, Giovanni Maria Zugni-Tauro. Cospiratore e animatore di rivolte in patria, amico di Mazzini e Garibaldi (sarà proprio Zugni-Tauro a ospitare quest’ultimo durante il soggiorno feltrino di quest'ultimo, di cui vi parleremo tra poco).
Del triennio di guerre 1859-1861 disponiamo di alcune fonti personali interessantissime. Ad esempio, i due fratelli Antonio e Giovanni Paoletti ci lasciano un diario e diverse lettere inviate alla madre e alla sorella tra il ‘59 e ‘66. Alcune di queste sono state pubblicate nel volume di T. Casagrande. Antonio, combattente prima nei Cacciatori delle Alpi e poi nell’esercito piemontese, è colui che compila il diario e che descrive il viaggio dei volontari veneti verso il Piemonte e attraverso la Lombardia, nonché la battaglia di S. Eufemia. Giovanni, invece, prende parte alle battaglie dei bersaglieri combattendo anche a S. Martino (una delle principali vittorie franco-piemontesi sugli austriaci) ed è poi volontario per Garibaldi nel 1866.
L’evento più celebre del risorgimento è sicuramente la spedizione dei Mille. C’erano otto nostri conterranei tra quelli che salparono il 5 maggio 1860 con Garibaldi, di cui 4 feltrini: Giovanni Curtolo, Giacomo de Boni, Giacomo Miotti e Giuseppe de Col. A dirla tutta, i garibaldini feltrini sono davvero molti e si registrano in molte battaglie e passaggi della storia, fino ad arrivare alla presa di Roma.

Foto 5: Gli otto bellunesi facenti parte dei Mille di Marsala, inv. n. 1169/2. Foto su gentile concessione della direzione dei Musei Civici di Feltre
Vi abbiamo parlato di molti soldati, ma alcuni decisero di combattere con mezzi intellettuali; non si escludono infatti dalla conta dei patrioti della provincia scrittori, poeti, pensatori, filosofi e politici. Citiamo di nuovo il bellunese Jacopo Tasso, il vicentino originario di Arsiè Arnaldo Fusinato e il cadorino Natale Talamini.

Foto 6: Ritratto fotografico di Filippo De Boni. Foto su gentile concessione della direzione dei Musei Civici di Feltre
Il più rilevante però il nostro discorso è il politico, giornalista e filosofo mazziniano Filippo de Boni (Caupo di Seren del Grappa 1816 - Firenze 1870).[15] Una delle figure meglio note dell’Ottocento feltrino (se non lo conoscete è perché, come avrete mai capito, l’Ottocento in generale, e quello feltrino in particolare, sono piuttosto dimenticati), arrivò a essere deputato del regno d’Italia in ben tre legislature (ma fu anche deputato dell’assemblea costituente della Repubblica romana nel ‘49). Anticlericale e fortemente critico della monarchia seguì il classico iter di molti esuli dell’epoca (rimandiamo di nuovo al post su Carlo di Rudio), rimbalzando di stato in stato ed essendo lui esule, non potè ritornare a Feltre fino all’annessione del Veneto. Fu appunto giornalista e pubblicista e diresse alcune riviste, a Venezia, Firenze, Genova, e poi dall'estero; queste pubblicazioni erano uno dei più efficaci mezzi mediatici dell’epoca, da qui l'importanza del suo lavoro, anche in funzione dei progetti mazziniani. Compose negli ultimi anni della sua vita, rientrato a Feltre, la Storia dell'insurrezione del Cadore, un resoconto dei moti del Cadore del ‘48. Al momento delle elezioni del 1867, Garibaldi fu ospitato a Feltre a palazzo Zugni e tenne un discorso di vero e proprio endorsement del politico feltrino. Nonostante la carica illustre di deputato del regno, morì povero nel 1870, pochi mesi prima della presa di Roma. Su questa figura c’è molto altro da dire e ci dedicheremo magari un altro post più avanti.

Foto 7: Discorso del generale Garibaldi pronunciato la sera del 3 marzo in Feltre della finestra di casa Zugni, Feltre, 1867.
Conclusa questa fase, bisogna aspettare il ‘66 perché per Feltre se ne apra una nuova, ovvero quella che porterà all’annessione del Veneto al Regno. La premessa è la crescente tensione tra Austria e Prussia, che sarebbe sfociata in guerra aperta in quello stesso anno. Poco prima che il conflitto scoppiasse, infatti, l’Italia aveva stipulato con la Prussia un’alleanza contro l’Impero asburgico, sulla base degli interessi in comune. La cessione di Veneto, Mantova e Friuli con intermediario la Francia (in cambio l’Austria si aspettava la sua neutralità nella guerra in corso) fu confermata formalmente tramite plebiscito. Gli eventi che però precedono la conclusione vedono il nostro territorio nuovamente campo di battaglia, anche se per breve tempo. L’Italia, infatti, nonostante le sconfitte a Custoza e a Lissa, si faceva forte dell’alleanza con la Prussia e mentre Garibaldi e l’esercito italiano si facevano strada tra i monti gli ufficiali austriaci iniziavano lentamente ad abbandonare il territorio. Giuseppe Guarnieri, feltrino, a capo di un piccolo manipolo, bloccò in Cadore una colonna austriaca che tentava di raggiungere la Val Belluna. Il 4 agosto le truppe italiane entrarono in una Feltre festante; un comitato di donne feltrine accolse il 23° Battaglione Bersaglieri con una bandiera italiana fabbricata a mano da loro, ora conservata all’Armeria Reale di Torino.

Foto 8: Bandiera realizzata dalle signore feltresi. Armeria reale, Musei Reali Torino, inv. T005
In seguito all’annessione del Veneto ci furono altre occasioni per coloro che volevano partire volontari: come già si diceva si segnalano infatti dei garibaldini feltrini (tra cui di nuovo il Curtolo dei Mille) anche a Mentana nel 1867, quando ci fu il tentativo fallimentare di conquistare Roma (che divenne poi italiana nel solo nel 1870).

Foto 9: Tromba garibaldina, XIX sec., ottone, inv. n. 1172/1. Foto su gentile concessione della direzione dei Musei Civici di Feltre.
La memoria
Ma tiriamo le somme: è stato stimato che più di 400 feltrini abbiano partecipato a quelle che venivano definite le patrie battaglie; la maggior parte di questi si annoverò nelle campagne tra il ‘59 e il ‘61. Abbiamo il Manifesto monumento ai volontari accorsi alla difesa della patria, pubblicato nel 1867, che ci testimonia la grande quantità di nomi coinvolti nella sola città di Feltre; in seguito, nel 1898, fu compilato a mano un libretto redatto dal segretario della Società dei Reduci Feltrini. Entrambi ci permettono di farci una buona idea del numero di persone coinvolte. Non ci furono solo ufficiali e graduati, membri dell’alta società, ma anche gente comune e moltissimi giovani che si sottraevano alla leva dell’esercito austriaco. Il Feltrino, come il resto del Lombardo-Veneto, più di altre zone d’Italia aveva interesse territoriale (al di là degli ideali dei singoli) ad appoggiare l’impresa piemontese, in quanto direttamente controllato da una potenza considerata come straniera. (Questo, chiaramente, attesta il sentimento filo-unitario di una parte della popolazione feltrina, non della sua totalità).

Foto 10: Fascicolo manoscritto: Volontari accorsi a difesa della Patria, della città di Feltre, Tomo, Lentiai e Porcen, dall’anno 1848 all’anno 1866. Dal fondo storico del Museo Civico di Feltre. 
Foto 11: Riunione di Feltrini a Roncegno, 20 luglio 1879. Foto su gentile concessione della direzione dei Musei Civici di Feltre.
A tramandare la memoria di questa fase storica di fortissima ridefinizione nazionale sono le società dei reduci e dei lavoratori, oppure varie figure che si occupano di storia locale, oppure ancora le municipalità stesse, e Feltre non fa eccezione. Dopotutto, aver partecipato a questa serie di avvenimenti, piccoli o grandi che fossero, era motivo di grande orgoglio per la comunità. Nei primi anni dopo il ‘66 la città voleva rivendicare il proprio coinvolgimento con una serie di iniziative pubbliche, partendo col rimuovere (anche fisicamente) i simboli urbani della dominazione imperiale. Vengono allora sostituiti con nuovi monumenti e luoghi della memoria. Abbiamo cominciato questo articolo parlando di questi, e ci torniamo ora, alla fine di questo percorso nella storia.
Come prima cosa Porta Imperiale fu ribattezzata in Porta Castaldi (in memoria dell’umanista feltrino) e si decise di affiggere sulla sua facciata due lapidi commemorative: una nel 1868 coi nomi dei sette martiri: Giuseppe Vieceli, Vittore Carazzai, Pietro Fantinel, Pietro Cassol, Salomone Semira, Angelo Zannettelli e Nicolò de Mezzan; la seconda nel 1871 dedicata a Filippo De Boni. Fateci caso, se vi interessa, la prossima volta che ci passate sotto.
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| Foto 12 e 12.2: Porta Castaldi, targhe ai sette martiri feltrini (14) e a Filippo de Boni (14.2). Di Syrio - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=163588645 |
Come si scelsero questi nomi? A consacrare questa versione del Risorgimento feltrino fu Antonio Vecellio, per mezzo di molte iniziative ma soprattutto, chiaramente, con la sua opera storiografica. La sua Storia di Feltre in continuazione a quella del P. M. Antonio Cambruzzi fu una cronaca, ma anche una profonda operazione ideologica perfettamente in linea con lo spirito del momento, con la quale si volevano celebrare le imprese risorgimentali e rileggere la storia della città come un lungo percorso approdato finalmente all’unità nazionale. Nello stesso filone storiografico possiamo inserire anche numerose altre opere, sia di Vecellio, come I feltrini caduti nelle patrie battaglie, sia di altri autori, in particolare sul periodico Panfilo Castaldi.[16]
Vecellio fu affiancato da Antonietta Guernieri Dal Covolo, che fondò il Museo civico nei primi anni del nuovo secolo, anche allo scopo di conservare e tramandare le testimonianze del periodo delle patrie battaglie. Fu una delle personalità più attive nell’ambito culturale feltrino a cavallo tra i due secoli, e a lei si deve per esempio la commemorazione di Angelo Zannettelli, che abbiamo nominato sopra senza però dire nulla di chi fosse.
Nato da nobile famiglia, iniziò come molti la sua carriera militare con la scuola per ufficiali dell’esercito austriaco, per poi schierarsi col fronte nazionalista. Partecipò a varie imprese, tra cui l’assedio di Venezia, come dicevamo, per poi passare il confine nel ‘59 ed entrare nella Brigata Bologna combattendo valorosamente contro l’esercito pontificio. Promosso fino al rango di capitano, fu catturato in battaglia, torturato e ucciso dai volontari filopapali (etichettati dalla narrazione unitaria come “briganti”) a Mozzano, nei pressi di Ascoli.[17]

Foto 13: Palazzina comando - caserma "A. Zannettelli". Foto dal Catalogo Generale dei Beni Culturali
Guarnieri Dal Covolo si attivò per raccogliere le sue memorie, come testimonia la sua corrispondenza con l’esercito italiano conservata presso il Museo civico di Feltre. Quando a inizio ‘900 fu inaugurata in città una caserma degli Alpini, grazie a questi sforzi fu dedicata appunto a Zannettelli. Se voi non sapevate chi fosse, sappiate che in quel frangente storico i tempi erano già cambiati, e la memoria di questo patriota si era già sbiadita molto. Guardate nell’articolo di giornale riprodotto qui a fianco come esordiva il redattore nel dare la notizia dell’intitolazione a Zannettelli della nuova caserma.

Foto 14: Articolo di giornale sull'inaugurazione della caserma degli alpini di Feltre del 21 marzo 1914
Segnaliamo brevemente altri tre luoghi della commemorazione. Il primo è il Monumento ai Caduti, in Via del cimitero, dove in testa all’elenco dei nomi si trova la sezione dedicata alle Guerre d’indipendenza. Il secondo è il Parco della Rimembranza, di fronte alle scuole elementari “Vittorino da Feltre”, luogo carico di storia, che ospita dei busti commemorativi di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi (immancabili nella maggior parte delle città italiane). Entrambi questi luoghi nascono in seno al periodo fascista, che, neanche a dirlo, celebrò con ancora più enfasi il periodo risorgimentale e unitario. Infine, il terzo, è Palazzo Zugni in Largo Castaldi; se si guarda bene sopra le vetrine si troverà una targa del 1882 che commemora il sopraccitato soggiorno di Garibaldi.
Si potrebbe pensare infine che non ci sia un monumento più imponente e visibile di questi che commemori il Risorgimento feltrino, ma questa portata simbolica, al di là dei nomi dei singoli, l’ha niente meno che Piazza Maggiore stessa (ufficialmente Piazza Vittorio Emanuele II) che celebra la fine della dominazione austriaca su Feltre e l’identità storica della città in seno allo Stato italiano. Abbiamo infatti testimonianza che già da una decina di anni prima della realizzazione effettiva del nuovo assetto della piazza (1868) ci fosse già in progetto di erigere delle statue in memoria di Panfilo Castaldi e di Vittorino de’ Rambaldoni (il famoso Vittorino da Feltre), ovvero dei personaggi feltrini più noti del passato nell’ottica più ampia della cultura italiana. La piazza fu monumentalizzata e consacrata alla nuova patria affidando il progetto all’architetto feltrino Giuseppe Segusini, egli stesso visto come artista ‘patriottico’.[18]

Foto 15: Ritratto fotografico di Angelo Zannettelli. Foto su gentile concessione della direzione dei Musei Civici di Feltre
Ci auguriamo di avervi dato un paio di spunti in più per quando vi capiterà di nuovo di bazzicare per Feltre.
[Giot]
NOTE
[1] R. DA PONT, Dalla caduta di Venezia all’annessione al Regno d’Italia, in Belluno. Storia di una provincia dolomitica. Vol. 3, Dalla caduta di Venezia ai giorni nostri, a cura di P. Conte, Udine, 2013, pp. 9-46, p.22
[2] Si pensi ai movimenti Sanfedisti propri di varie zone dell’Italia Meridionale, dove la popolazione delle campagne insorse contro i Giacobini. L’episodio cardine fu quello del contributo alla restaurazione borbonica della milizia cattolica popolare a seguito del cardinale Fabrizio Ruffo nel 1799.
[3] Ne parlano D. BEALES - E. F. BIAGINI, Il Risorgimento e l’unificazione dell’Italia, Bologna, 2005 [1ª ed. 1971], p. 55. Segnaliamo inoltre come esempio un interessante avviso di concorso emanato dal Commissario imperiale plenipotenziario (10 settembre 1849) dove si annuncia la vacanza di tre posti gratuiti presso L’Imperial Regio Istituto per Sordo-Muti di Milano (due per studenti lombardi, un maschio e una femmina, e uno per le venete). Una copia è conservata nel Fondo storico del Museo civico di Feltre.
[4] Il detto “fare un ’48” indica proprio la turbolenza scatenatasi in Europa durante le tante rivoluzioni della “Primavera dei popoli”
[5] Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Battista Pietro Pellegrino Isidoro Mastai-Ferretti (lol), ebbe il pontificato più lungo della storia (1846-1878). Se poi si confermò essere un pontefice per molti aspetti reazionario e amico delle potenze restaurate d’Italia e d’Europa, nelle prime fasi delle vicende del ’48 era invece uno dei simboli a cui guardavano le frange moderate dei rivoluzionari, per la sua apparente apertura alle riforme di governo e per il fatto che aveva concesso una Costituzione per lo Stato Pontificio. L’innamoramento finì però presto, quando si rifiutò di mandare le proprie truppe a sostegno del Piemonte durante la Prima guerra d’indipendenza e poi con gli eventi che portarono alla nascita della Repubblica Romana.
[6] Milano era il capoluogo del regno Lombardo-Veneto e un’insurrezione cittadina nel cuore del potere austriaco nei suoi territori italiani fu represso molto duramente dalle truppe al comando del generale Radetzky.
[7] Per Feltre, fu Jacopo Facen con un dispaccio mandato a Venezia a garantire la fedeltà e il valore dei Feltrini chiamati a difendere il territorio confinante con il Tirolo. Fu poi seguito dalla delegazione di Giovanni Battista Bellati.
[8] T. CASAGRANDE, Feltre e il Risorgimento, Rasai di Seren del Grappa, 2011, p. 12.
[9] ivi.
[10] Antonio Zanghellini, mazziniano che calza la figura di prete-soldato, è approfondito da Giovanni Perenzin in Patrioti Bellunesi del Risorgimento
[11] Di lui vi abbiamo già parlato nel post 210
[12] T. CASAGRANDE, p. 13
[13] È qui che viene promulgato il nostro Statuto Albertino, di fatto sostituito solo nel 1946 con l’attuale Costituzione
[14]T. CASAGRANDE, p.17
[15] Su Filippo de Boni si possono trovare un buon quantitativo di informazioni in letteratura. Per approfondire, rimandiamo a G. DAL MOLIN, Un anticlericale feltrino. Filippo De Boni (1816-1870), in « Rivista Feltrina» , n .37, a. XLIX, 2016, pp. 31-53 (e numeri seguenti fino al 40)
[16] A. VECELLIO, Storia di Feltre in continuazione a quella del P. M. Antonio Cambruzzi, vol. 4, Bologna, 2006 (nell’edizione più recente); A. VECELLIO, I feltrini caduti nelle patrie battaglie, manoscritto in Polo bibliotecario feltrino “Panfilo Castaldi”, Sezione storica, F VIII 8. Anche il periodico è conservato nel fondo storico della biblioteca.
[17] Per approfondire la sua figura cfr. M. VELLO, L’occasione di fare il proprio dovere. Il capitano Angelo Zannettelli e i suoi soldati contro i “briganti” ascolani nell’inverno 1860-1861, Feltre, 2011.
[18] Dell’iconografia di Panfilo Castaldi e Vittorino da Feltre, come anche della monumentalizzazione di Piazza Maggiore ne parla T. Casagrande: Iconografia di Vittorino da Feltre e di Panfilo Castaldi a Feltre tra Ottocento e Novecento, in Sogno e Realtà. Immagini e visioni nel Medioevo tra Ottocento e Novecento, pp. 42-59
BIBLIOGRAFIA
D. BEALES - E. F. BIAGINI, Il Risorgimento e l’unificazione dell’Italia, Bologna, 2005 [1ª ed. 1971]
T. CASAGRANDE, Feltre e il Risorgimento, Rasai di Seren del Grappa, 2011
T. CASAGRANDE, Iconografia di Vittorino da Feltre e di Panfilo Castaldi a Feltre tra Ottocento e Novecento, in Sogno e Realtà. Immagini e visioni nel Medioevo tra Ottocento e Novecento, a cura di E. Tamburrino, Genova, 2025, pp. 42-59
G. DAL MOLIN, Un anticlericale feltrino. Filippo De Boni (1816-1870), in «Rivista Feltrina», n .37, a. XLIX, 2016, pp. 31-53
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