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Post 230 - La peste a Sovramonte: memoria e tradizioni

 


Chi sale sul colle di San Giorgio, sopra Sorriva di Sovramonte, ha davanti un panorama quieto: prati, boschi, il campanile e il muretto in pietra che accompagna il sentiero. È difficile immaginare che questo luogo, oggi così sereno, sia nato dal terrore della peste. Eppure nel passato di Sorriva c’è una storia dura: quella del contagio del 1631, della quarantena, dei morti sepolti in fretta fuori dall’abitato e di un voto collettivo che continua a essere onorato quasi quattro secoli dopo.

Per capire perché una semplice minestra di fagioli, la Menestra de san Dordi, sia diventata il cuore identitario di Sorriva, bisogna però allargare lo sguardo per poi restringerlo di nuovo, dal globale al locale: prima all’Europa, poi al Nord Italia, infine al piccolo altopiano di Sovramonte; prima ai secoli medievali, poi al Seicento.

 

Nel suo intervento tenuto proprio a Sorriva, in apertura della Sagra di san Giorgio nel 2022, Claudio Centa, prete e docente di storia, ha ricordato che la peste non fu un fulmine a ciel sereno: arrivò su un’Europa già in difficoltà. [1] Dato che di una tradizione viva stiamo parlando, partiamo dalla memoria e dalla coscienza delle persone che formano oggi la comunità, ripercorrendo il suo discorso. [2]

Foto 1: Affresco dei pizzegamort, situato a Potera e realizzato nel 1632


Foto 2: Affresco dei pizzegamort, situato a Potera e realizzato nel 1632

Foto 3: Affresco dei pizzegamort, situato a Potera e realizzato nel 1632


La fase di crescita demografica avvenuta nel continente tra fine Duecento e inizio Trecento stava mettendo in crisi il sistema produttivo agricolo, nonostante i progressi tecnici e l’ampliamento delle coltivazioni. In questa situazione si innestò, a metà Trecento, la grande pandemia di peste. Il morbo partì dall’Asia centrale, attraversò l’Impero mongolo e raggiunse il Mar Nero. Il passaggio cruciale avvenne nel 1347, quando il contagio si insediò nelle navi dirette in Europa. Forse ciò accadde durante l’assedio della colonia genovese di Caffa in Crimea: i Tartari avrebbero lanciato oltre le mura i cadaveri dei loro soldati morti per la peste; una sorta di primitiva guerra batteriologica. I mercanti genovesi fuggirono per mare, ma portarono con sé il contagio.


La peste è causata da un batterio, Yersinia pestis, trasmesso all’uomo dalle pulci dei ratti, diffusissime sulle navi e nei magazzini di grano. Si presenta in forma bubbonica (con bubboni e macchie nere) o polmonare, e risulta quasi sempre letale. In alcune città europee morì più della metà della popolazione; in altre, come San Gimignano o alcune località della Germania odierna, le stime parlano di perdite fino al 70% del totale.

Questa prima ondata non fu un episodio isolato: da quel momento in avanti la peste rimase endemica in Europa fino al Settecento, con ritorni periodici. L’ultima grande epidemia occidentale, quella di Marsiglia, risale al 1720; solo il miglioramento delle condizioni igieniche e urbane ne ridusse progressivamente l’impatto.


Foto 4: Monumento in onore dei morti di peste nel 1631, situato accanto al Pian dei Mort.


Foto 5: Monumento in onore dei morti di peste nel 1631, situato accanto al Pian dei Mort.


Una società come quella dell’epoca, in cui “un ragazzo su tre muore prima dei quindici anni” – come ricordava anche Claudio Centa – è una società in cui la morte è presenza quotidiana. Da qui nasce una profonda elaborazione spirituale: la predicazione si concentra sul tema del memento mori, il ricordarsi della fragilità umana. Grandi predicatori insistono sul fatto che la vera tragedia non è solo la morte fisica, ma quella spirituale (il peccato) e quella eterna (la dannazione). L’arte sacra diventa catechesi visiva: nascono le “danze macabre”, celebre quella di Pinzolo, in Trentino, un lungo fregio in cui tutte le classi sociali vengono messe in fila davanti alla morte. Le pestilenze influenzano anche la pastorale concreta: processioni penitenziali, digiuni, suono delle campane per scandire i momenti di preghiera collettiva, la nascita di confraternite dedicate all’assistenza dei malati e alla sepoltura dei morti. [3]

È questo il clima che fa da sfondo alle grandi pestilenze italiane del 1575-77 e del 1630-31: quest’ultima è, per intenderci, l’epidemia raccontata da Manzoni nei Promessi sposi.

 

Nel Nord Italia la peste del tardo Cinquecento colpì duramente soprattutto le attuali Lombardia e Veneto. Nel territorio feltrino, negli stessi decenni, si consolidò la devozione a san Rocco, e la città costruì in Piazza Maggiore una chiesa votiva in suo onore per essere risparmiata dal contagio.

Pochi decenni dopo, tra il 1629 e il 1631, una nuova ondata di peste – trasportata anche dai lanzichenecchi in marcia durante la Guerra dei Trent’anni – devastò di nuovo la Pianura Padana. [4] A Milano la cronaca di Federico Borromeo (quel “cardinal Federigo” narrato da Manzoni) descrive con lucidità gli aspetti sanitari e sociali del contagio, prendendo le distanze dalle teorie sugli “untori” e insistendo sulla necessità di misure concrete di contenimento [5].

È questa stessa ondata, quella del 1630-31, che raggiunge anche il Bellunese e l’altopiano di Sovramonte.

 

Foto 6: Benedizione della menestra de San Dordi con il sacerdote Vittorio, 1957

Le tracce lasciate nella coscienza collettiva sono profonde. La scheda ufficiale della Pro Loco di Sovramonte racconta che l’evento che «segnò maggiormente la storia locale» di Sorriva fu proprio l’epidemia di peste del 1631. [6]

Secondo le tradizioni locali e le sintesi storiche raccolte nel volume 1631. Sorriva e la peste [7] , la malattia arrivò all’inizio di aprile, portata da un pastore proveniente da zone già contagiate, e si protrasse fino a giugno. In questi pochi mesi morirono circa cinquanta persone, un numero enorme per un paese che contava probabilmente poche centinaia di abitanti.


Per evitare la diffusione del morbo, il podestà e capitano di Feltre inviò a Sorriva il medico Zaccaria Dal Pozzo (di cui si conserva un ritratto presso il Museo civico di Feltre). Dal Pozzo, incaricato di gestire l’emergenza, fece bruciare vestiti, pagliericci e oggetti considerati infetti, mentre il paese veniva posto in quarantena e circondato da guardie che controllavano gli accessi lungo la vecchia strada per Ponte Serra [8].


Foto 7: Vista della chiesa di San Giorgio e del monte Vallazza dalla campagna di Sorriva.

La vita quotidiana si trasformò: case sbarrate, paura del contatto, sospetto verso chiunque arrivasse dall’esterno. Le cronache parrocchiali – in particolare le note del pievano Francesco Todeschi, riportate nella tradizione locale – ricordano la riesumazione e il trasferimento dei corpi in fosse comuni lontane dall’abitato.

 

Scendendo da Sorriva verso sud, lungo l’antica strada per Ponte Serra, si incontra la località Pontera, dove sorge una caratteristica ancona votiva. Secondo la documentazione storica, fu costruita dopo l’epidemia del 1631, proprio accanto alle fosse comuni degli appestati: una lapide in cima a un tumulo ne indica ancora oggi la posizione.

Accanto all’edicola sorge la cappella della Madonna delle Grazie, costruita nel 1633 per ricordare i morti. Sulla parete più antica del sacello si conserva una delle testimonianze più interessanti: un affresco seicentesco che rappresenta il trasporto dei morti. I cosiddetti “pizzegamort” trascinano i cadaveri con lunghi bastoni uncinati, gli angér – usati normalmente per la movimentazione del legname –, per portarli alla fossa comune del “Pian dei Mort”. I volti tirati, la fatica dei gesti, il paesaggio riconoscibile sullo sfondo trasformano la scena in una vera cronaca dipinta della tragedia [9].

È un’immagine che dialoga idealmente con le danze macabre e con l’arte sacra legata alla peste in tutta Europa, ma qui assume un tratto più domestico: non imperatori e papi, ma contadini e parenti che trascinano (forse) i propri cari, senza poterli toccare per evitare il contagio.


La scelta di seppellire gli appestati lontano dall’abitato, in una zona isolata come Pian dei Mort, non fu solo precauzione sanitaria. Nei secoli questi luoghi sono diventati spazi della memoria, paesaggi simbolici in cui la comunità ha conservato il ricordo del trauma collettivo. Il capitello, l’affresco dei pizzegamort e la lapide non fungono solo da testimonianza storica, ma rappresentano veri e propri segni di identità: sono la prova che la comunità ha scelto di ricordare, non solo di sopravvivere.

È significativo che proprio da quel luogo, simbolo della paura e della morte, abbia preso forma uno dei gesti più comunitari e solidali della storia di Sorriva. Il morbo aveva diviso, il voto avrebbe nuovamente unito.

 

Come spesso accade nelle comunità di antico regime, alla dimensione sanitaria si affianca quella religiosa e votiva. Nel pieno dell’emergenza, la popolazione di Sorriva fece un primo voto solenne: se la peste fosse cessata, avrebbe santificato tutte le vigilie delle feste comandate (ovvero in ognuno di quei giorni si sarebbe astenuta dal lavoro, come in giorno festivo). Un impegno enorme, sia spirituale sia pratico, per una comunità contadina.


Già l’anno successivo, il 24 maggio 1632, una delegazione guidata da Tomio De Cia si presentò dal pievano di Servo per chiedere di commutare il voto in qualcosa di più sostenibile: non più tutte le vigilie, ma solamente la vigilia e la festa di San Giorgio, da santificare «in perpetuo».


Foto 8: Targhetta commemorativa per i fratelli De Cia

La forma definitiva del voto, così come ci viene ricordata oggi dal Comune di Sovramonte, prevedeva: la santificazione stabile della festa di San Giorgio (23 aprile), l’offerta alla chiesa di un paliotto di cuoio dipinto in onore del santo, una processione votiva e la distribuzione di una minestra di fagioli ai poveri [10]. Nel tempo, la distribuzione ai poveri si è trasformata in un gesto verso l’intera comunità e verso chiunque si trovi a passare da Sorriva nei giorni della festa.

 

Oggi il cuore del voto si concretizza nella Menestra de san Dordi, nome dialettale di san Giorgio. I racconti locali e gli articoli di giornale concordano nel far risalire senza interruzioni la tradizione al 1631, e non è inverosimile che sia davvero così: ogni anno tre famiglie del paese vengono incaricate di preparare la minestra votiva.

Secondo la descrizione della Fondazione Dolomiti Bellunesi, il 23 aprile, giorno di San Giorgio, i giovani coscritti di tre famiglie vengono scelti a sorte, divisi in quattro gruppi e vestiti con costume tradizionale. Portano a spalla, anche alle case più isolate, una grande marmitta di rame piena di minestrone di fagioli [11].


La festa, nel frattempo, si è arricchita: si sono aggiunte una “messa del Voto” celebrata il 23 aprile e una processione la domenica successiva, con i cappati, figuranti che vestono come gli antichi confratelli del Santissimo Sacramento, portando croci, torce e lo stendardo del santo. [12]


Da un articolo del Corriere delle Alpi apprendiamo qualche numero: per una sola edizione della festa sono stati utilizzati oltre cento chili di fagioli, raccolti famiglia per famiglia; ciascuno contribuisce con il proprio chilo di legumi e con una quota in denaro, la cota, per le altre spese. Gli ingredienti “segreti” – erbe, spezie, tempi di cottura – vengono tramandati gelosamente. [13]


Foto 9: Paioli di rame che contengono la Menestra e ceste di pane sorretti dai coscritti


La forza di questa tradizione sta proprio nella sua continuità: non è rimasta un ricordo del passato, ma è stata vissuta, tramandata e adattata di generazione in generazione, anche nei momenti più difficili. Infatti, il voto non venne interrotto nemmeno durante la Seconda guerra mondiale e neppure negli anni della pandemia da Covid-19, quando la distribuzione è avvenuta “in forma privata” tra famiglie [14].

La minestra, oggi, è molto più di un piatto: è memoria cucinata, è la traduzione concreta di un voto seicentesco in un gesto di ospitalità e condivisione.


Sin dall'antichità, le epidemie non sono state soltanto eventi sanitari, ma fenomeni sociali e culturali capaci di trasformare le comunità. Di fronte alla paura, alla morte e all’incertezza, i popoli hanno spesso elaborato risposte simboliche: voti, processioni, rituali, opere artistiche e narrazioni popolari. In questo senso, le malattie collettive agiscono come generatori di memoria, attivano comportamenti rituali e costruiscono identità.


La fede, in particolare, assume un ruolo centrale: diventa strumento per attribuire significato a ciò che appare incomprensibile. Il voto – come ricordano gli studiosi di antropologia religiosa – è una forma di “contratto spirituale” tra comunità e divino: il popolo si impegna a ricordare, celebrare o fare qualcosa “in cambio” della protezione celeste. Nel voto, non si chiede solo salvezza, ma si stabilisce anche una memoria condivisa e ritualizzata. È questo il meccanismo che ha portato, nel caso di Sorriva, alla nascita della tradizione di San Giorgio e della Menestra de san Dordi.

 

Al centro di tutta questa storia c’è la chiesa di San Giorgio Martire, o San Dordi, che domina l’altopiano. Il colle era sede, tra V e VI secolo, di una fortificazione a controllo della strada per il Primiero; nei secoli successivi la struttura venne trasformata in cappella e poi in chiesa, con ampliamenti tra XI e XIII secolo.


Sulla facciata compare la data 1506, ma gli scavi archeologici hanno riportato alla luce resti di un’abside anteriore al Mille. All’interno si conservano: affreschi del presbiterio realizzati da Andrea Nasocchio nel 1514; la decorazione della navata attribuita a Marco da Mel, esponente di spicco della pittura feltrina del Cinquecento; testimonianze di fasi pittoriche precedenti, trecentesche, in parte coperte; un legame diretto con il voto del 1631, ricordato dal già citato paliotto di cuoio dipinto offerto in ringraziamento [15].

Nel suo complesso, la chiesa è una sorta di “archivio in pietra”: nell’architettura e negli affreschi si leggono l’evoluzione del paesaggio religioso, le visite pastorali, i restauri moderni (l’ultimo grande ciclo di interventi risale al 2000-2005) e la continuità di una devozione che va dall’Alto Medioevo fino al Seicento e a oggi.


Come ricordava Claudio Centa nel suo intervento, in epoche segnate dalla mortalità e dall’incertezza, racconti, immagini, santi protettori e figure fantastiche diventano modi diversi di dare un volto alla paura, di renderla raccontabile e, in qualche misura, governabile. Ne nasce un paesaggio simbolico complesso: da un lato la storia documentata (il medico Dal Pozzo, i registri parrocchiali, il voto); dall’altro la narrazione popolare (le due famiglie sopravvissute in alpeggio, i pizzegamort affrescati). Entrambe le dimensioni contribuiscono a costruire l’identità di Sorriva.


Il processo che trasforma la paura in  ritualità è tipico delle società colpite da epidemie. Lo si osserva anche nel Voto a San Rocco del 1918 contro l’influenza spagnola, nato nel pieno dell’epidemia –. Lo si ritrova nelle processioni promosse da san Carlo Borromeo, e a Sorriva assume appunto la forma della Menestra de San Dordi.

A differenza del voto del 1918, oggi quasi dimenticato, quello del 1631 è ancora vivo perché si è trasformato in gesto, in rito, in cibo condiviso. Ogni anno, i coscritti che portano sulla spalla il paiolo di rame non commemorano soltanto: rendono presente quel voto seicentesco, lo fanno vivere nel presente, lo trasformano in identità.


Foto 10: Partenza della processione votiva (chiesa di San Giorgio)

Dopo la pandemia di Covid-19, la storia di Sorriva e della sua Menestra de San Dordi è tornata ad attirare l’attenzione. L’idea di una comunità che, di fronte alla peste, risponde con un voto condiviso, una festa, una processione e un piatto caldo da portare soprattutto a chi è più solo, risuona in modo particolare per chi ha vissuto lockdown, quarantene e paure – seppur in un contesto storico, a livello di tecniche sanitarie, completamente diverso.


La continuità nel praticare – neppure le guerre e le pandemie recenti sono riuscite a interromperlo del tutto – dice qualcosa di molto semplice ma essenziale: la memoria non è un monumento immobile, statico. E’ un gesto che si ripete, si adatta e si trasmette di generazione in generazione.

Ogni volta che, a fine aprile, i coscritti sollevano il paiolo di rame, percorrono il cammino fino a Pontera, si fermano al cimitero degli appestati e poi bussano alle porte del paese per offrire un piatto di minestra, il 1631 non è più solo una data: torna ad essere una storia viva, condivisa, che continua a definire chi è Sorriva [16].

 

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NOTE

[1] Trascrizione dell’intervento di Claudio Centa, apertura della Sagra di San Giorgio, Sorriva, 2022. Conservato presso archivio personale.

[2] Ad ogni modo, per un approfondimento su quanto segue – ovvero i temi del rapporto tra andamento demografico, economia ed epidemie – cfr. ad esempio BELICH, J., The World the Plague Made: The Black Death and the Rise of Europe, Princeton, 2022; oppure per un testo in italiano, seppur meno recente, CIPOLLA, C. M., Storia economica dell’Europa pre-industriale, Bologna, 2009 (1ª ed. 1974).

[3] Cfr. nota 1.

[4] Sulla pestilenza del 1629-31 cfr. anche P. FURTADO, Plague, pestilence and pandemic. Voices from history, Londra, 2022, pp. 119-141.

[5] Relazione della peste di Milano del 1630, ovvero F. BORROMEI, De pestilentia qae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit, rist., Milano, 2012 [1630?]

[6] https://www.sovramonte.it/territorio-e-tradizioni/i-borghi/sorriva.html 

[7] E. BOTTEGAL (a cura di), 1631. Sorriva e la peste, Feltre, 2005.

[8]https://www.sovramonte.it/territorio-e-tradizioni/i-borghi/sorriva.html e https://comune.sovramonte.bl.it/vivere-il-comune/eventi/festa-de-san-dordi-2025/

[9] https://www.sharry.land/it/meraviglie/le-chiesette-di-sorriva

[10] Ivi.

[11] https://www.visitdolomitibellunesi.com/it/pois/chiesa-di-san-giorgio

[12] https://comune.sovramonte.bl.it/vivere-il-comune/eventi/festa-de-san-dordi-2025/ 

[13]https://www.corrierealpi.it/cronaca/menestra-de-san-dordi-sorriva-ha-rivissuto-lantico-rito-del-voto-hv0o4pyl 

[14] https://allyouneedistravelwithme.eu/blog/san-giorgio-e-il-minestrone-centenario/

[15] https://www.sovramonteturismo.it/it/san-giorgio-martire.html

[16] M. Halbwachs, La memoria collettiva, Roma, 1987.

 

BIBLIOGRAFIA


J. BELICH, J., The World the Plague Made: The Black Death and the Rise of Europe, Princeton, 2022.

F. BORROMEI, De pestilentia qae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit, rist., Milano, 2012 [1630?].

E. BOTTEGAL (a cura di), 1631. Sorriva e la peste, Feltre, 2005.

F. CARDINI, La paura e l’angoscia nell’Occidente medievale, Bologna, 2004.

C. M. CIPOLLA, C. M., Storia economica dell’Europa pre-industriale, Bologna, 2009 (1ª ed. 1974)

P. FURTADO, Plague, pestilence and pandemic. Voices from history, Londra, 2022.

M. HALBWACHS, La memoria collettiva, Roma, 1987.


SITOGRAFIA

https://www.sovramonte.it/territorio-e-tradizioni/i-borghi/sorriva.html

https://comune.sovramonte.bl.it/vivere-il-comune/eventi/festa-de-san-dordi-2025/ https://www.sovramonte.it/territorio-e-tradizioni/i-borghi/sorriva.html

https://comune.sovramonte.bl.it/vivere-il-comune/eventi/festa-de-san-dordi-2025/

https://www.sharry.land/it/meraviglie/le-chiesette-di-sorriva

https://www.corrierealpi.it/cronaca/menestra-de-san-dordi-sorriva-ha-rivissuto-lantico-rito-del-voto-hv0o4pyl  

https://www.visitdolomitibellunesi.com/it/pois/chiesa-di-san-giorgio

https://www.sovramonteturismo.it/it/san-giorgio-martire.html

https://allyouneedistravelwithme.eu/blog/san-giorgio-e-il-minestrone-centenario/

 

TESTIMONIANZE ORALI

Trascrizione dell’intervento di don Claudio, apertura della Sagra di san Giorgio, Sorriva, 2022.






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