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Post 239 - Il primo sesto grado della storia? è Agordino

 




Willo è un ragazzo di Monaco di Baviera. Nel 1925 ha 26 anni, è ingegnere, ha un dottorato in nivologia ed è uno dei più forti alpinisti del suo tempo. Il 10 agosto, insieme al suo compagno di cordata Eugen Allwein, si trova nel vallone di Zmutt, nel Canton Vallese. Alla loro destra la Dent Blanche, a sinistra il Cervino. Sono montagne impressionanti, che soggiogano. A Willo però non interessa né l’uno né l’altra ma, con Eugen, punta dritto al ghiacciaio di Tiefenmatten. A sbarrare il vallone, quando il ghiaccio si impenna, c’è la parete nord della Dent d’Hérens. È lì che Willo ed Eugen sono diretti.


Foto 1: Willo Welzenbach.


La Dent d’Hérens è una montagna repulsiva. Possiede tutti gli elementi che ci si aspetta di trovare in una vetta delle Alpi Occidentali: è molto alta (4173 metri), il percorso per raggiungerla è lungo, tortuoso ed esposto a pericoli oggettivi, ogni suo versante è ricoperto da ghiacci perenni, e quello settentrionale è uno sconvolto scivolo di rocce e ghiacci. La via più facile per raggiungere la cima – quella che in gergo alpinistico si chiama “via normale” – percorre i suoi crinali meridionali e fu salita per la prima volta una sessantina di anni prima da una comitiva di alpinisti inglesi e guide svizzere. A Willo ed Eugen, però, non interessa la via più facile. Loro puntano la via più difficile: e la via più difficile passa da nord.

I due alpinisti attaccano la parete al chiarore della luna, nel freddo della notte, quando il gelo compatta il ghiaccio e le scariche di sassi non battono ancora il versante. La prima parte della salita non è difficile, bisogna superare uno sperone roccioso a tratti coperto di neve. I problemi iniziano a metà parete, quando una fascia di seracchi strapiombanti blocca l’intero versante. I seracchi, fino a quegli anni, avevano rappresentato un terreno insuperabile per gli alpinisti. Con i mezzi dell’epoca, era impossibile affrontare un ghiacciaio oltre una certa pendenza: più il ghiaccio diventava verticale e meno era facile passare. I seracchi ne erano la rappresentazione più evidente: pareti di ghiaccio e neve verticali, se non addirittura strapiombanti. Si formano tuttora quando si verificano bruschi cambiamenti di pendenza su un versante roccioso e il ghiacciaio, per assecondare queste alterazioni, si contorce, creando imponenti corrugamenti della sua superficie. Un seracco può formarsi fino a diventare un muro di ghiaccio di diverse decine di metri.


Foto 2: la parete nord della Dent d’Hérens. La via Welzenbach-Allwein supera la seraccata al centro della parete.


Willo osserva la seraccata, nota che al centro la verticalità dei blocchi di ghiaccio è più discontinua, decide di tentare, passa. Ad aiutarlo è la tecnologia: i chiodi soprattutto, che può conficcare nel ghiaccio per proteggersi dalle cadute oppure afferrare per salire con più facilità, e i ramponi, con i quali riesce a mordere la parete. È un exploit straordinario, nessuno aveva mai osato tanto. È la dimostrazione che l’evoluzione della tecnica può aprire strade sino ad allora impensabili.


Foto 3: Emil Solleder (a sinistra) e Gustav Lettenbauer.


Wilhelm Welzenbach – questo è il nome completo di Willo, chiamato così dagli amici alpinisti – ha un amico e coetaneo, anche lui di Monaco. Si chiama Emil Solleder. Guida alpina di professione, come Willo è un alpinista di spicco del suo tempo. Però, se Willo è il maestro della nuova tecnica di scalata su ghiaccio, Emil è lo specialista della roccia. E la nuova frontiera dell’arrampicata su roccia è rappresentata, in quegli anni, dai verticali appicchi delle Dolomiti.

Così, in quello stesso agosto del 1925, Emil Solleder è al rifugio Coldai, in Val di Zoldo, ai piedi del Civetta. Come la parete nord della Dent d’Hérens, anche la Nord del Civetta è ancora inviolata. Ed Emil è attratto dalle difficoltà di quell’ombrosa muraglia alta più di 1000 metri. Con Emil ci sono altri due ragazzi: Franz Gobel e Gustav Lettenbauer. Il primo rinuncia alla scalata dopo un primo tentativo infruttuoso e così, Emil e Gustav hanno la parete tutta per loro.

La parete è fredda, la roccia a tratti friabile e spesso umida e muschiosa, gli appigli sporchi di detriti. I due salgono spesso in camini bagnati e poco proteggibili con i chiodi. Le scariche di sassi sono frequenti a causa di un piccolo ghiacciaio pensile proprio nel cuore della parete – il Cristallo. Ma, soprattutto, la bastionata della Nord è immensa e grandiosa, tanto in altezza quanto in lunghezza, un vero labirinto verticale. Quando Emil e Gustav fanno capolino sulla vetta, la loro impresa non tarda ad avere un’immediata risonanza mediatica e la Nord diventa “la parete delle pareti”.


Foto 4: la parete nord del Civetta. In secondo piano il Pelmo.


La storiografia alpinistica, sia coeva che successiva agli eventi narrati, ha sempre attribuito la riuscita dell’impresa e la risoluzione dei passaggi chiave della via sulla Nord del Civetta alla bravura del solo Solleder, lasciando in secondo piano Lettenbauer. Il fatto non stupisce: Solleder è una guida alpina di fama e all’epoca dei fatti ha all’attivo numerose e difficili prime scalate in tutto l’arco alpino. Lettenbauer, pur essendo noto nella sua cerchia di amici per le sue ottime doti alpinistiche, è un dilettante che arrampica per passione. Nella retorica del tempo è l’invincibile guida alpina che apre la strada al borghese di città.

La verità, tuttavia, è più sfumata, e solo di recente si è messo in luce il cruciale apporto di Lettenbauer alla riuscita dell’impresa. Il passaggio più difficile della salita (che in gergo si chiama “passo chiave”) si trova quasi all’inizio e consiste in una lunga fessura obliqua. I chiodi sono inutili, la fessura è troppo larga e non c’è altro modo per proteggersi. Lo stesso Solleder, nel corso del primo tentativo, dovette desistere.


Foto 5: la celebre fessura iniziale sulla via Solleder-Lettenbauer alla Nord del Civetta.


Fu Lettenbauer, in un’intervista passata quasi in sordina negli anni Settanta, a rivelare che la risoluzione del passaggio chiave fu possibile grazie a una sua distorsione professionale. Se la fessura era troppo larga per i tradizionali chiodi in ferro, allora occorreva qualcosa di più grande: un cuneo di legno, più malleabile, da incastrare nella roccia. Lettenbauer era tecnico ortopedico e riuscì a superare il difficile tratto iniziale proprio grazie ad alcuni cunei da lui stesso fabbricati. E l’apporto di Lettenbauer all’impresa non finisce qui: stando alle sue parole, l’alternanza con Solleder come capocordata fu costante e la scalata, anziché l’exploit di un singolo, fu un ben orchestrato gioco di squadra.


Foto 6: la parete nord del Civetta con il tracciato della via Solleder-Lettenbauer.


A seguito di queste imprese, i tre protagonisti presero strade diverse. Willo Welzenbach fu invitato dall’amico e fuoriclasse ghiacciatore Willy Merkl a partecipare alla spedizione tedesca in Kashmir del 1934: l’obiettivo era l’ancora inviolato Nanga Parbat, la nona vetta della Terra. Morirà sulla montagna, durante una tempesta monsonica, e la spedizione fallirà nell’impresa.

Anche Emil Solleder morirà in montagna, nel corso della sua attività di guida, in un incidente mentre scendeva in corda doppia dalla Meije, nel Delfinato francese. Era il 1931.

A sopravvivere sarà Gustav Lettenbauer che, a seguito della scalata sul Civetta, abbandonerà per sempre l’alpinismo estremo e si dedicherà alla famiglia e al lavoro. Morirà nel 1981.


La nostra storia però non finisce qui. Lasciando da parte questa avventurosa cronachistica e osservandola con la lente della grande storia – quella con la S maiuscola – viene da chiedersi quale sia stato il significato culturale e sociale di eventi di questo tipo. L’alpinismo infatti, al di là del suo valore sportivo, porta con sé (sin dalla sua nascita nel secondo Ottocento) narrative culturali e sociali storicamente ben delineate.

Il secondo ventennio del Novecento è un periodo di grandi sconvolgimenti. Politici e sociali anzitutto, ma anche culturali. Le dittature plasmano una rinnovata visione politica e l’economia razionalizza il capitalismo con risultati esponenzialmente crescenti. D’altra parte, il superomismo e il culto dell’individuo ridisegnano l’immaginario culturale.

L’alpinismo si inserisce in questa temperie. E il fatto è particolarmente evidente nelle parole d’ordine che si dà tra il 1920 e il 1940: dimostrare ardimento, cercare la difficoltà, superare l’impossibile. Sono, a ben vedere, i pilastri dell’ideologia prima nazionalista poi fascista, che infatti tenterà in ogni modo di fare dell’alpinista il modello dell’uomo nuovo, sprezzante del pericolo e della morte.

La ricerca della difficoltà porterà, in montagna, a pensare e a realizzare itinerari sempre più impegnativi e pericolosi. Solitamente per l’appagamento del desiderio di avventura del singolo alpinista, a volte per portare in cima a una parete la bandiera di una nazione. Spesso, il confine tra avventura personale e affermazione nazionale è molto labile. Lo dimostra la stessa vicenda di vita di Willo Welzenbach, alpinista per passione ma scalatore portabandiera del neonato nazionalsocialismo tedesco durante la sfortunata spedizione al Nanga Parbat. 

La storiografia alpinistica ricorda questo periodo come “era del sesto grado”. E alle origini di questa definizione c’è, ancora una volta, il nostro protagonista, Willo Welzenbach.


Foto 7: la Scala Welzenbach delle difficoltà alpinistiche.


Fino al termine degli anni Venti del Novecento, stabilire la difficoltà di una scalata era qualcosa di ancora molto soggettivo. Willo Welzenbach fu il primo a pensare e proporre alla comunità alpinistica dell’epoca una scala che definisse le difficoltà in maniera oggettiva e valida a livello generale. L’autorità per proporre un sistema così innovativo non mancava di certo a Welzenbach. L’alpinismo d’élite del momento parlava infatti tedesco e Willo era uno degli esponenti di spicco di quella che più tardi verrà ricordata come la “Scuola di Monaco”, un milieu alpinistico sorto nella capitale bavarese che rivoluzionò l’alpinismo nella tecnica e negli strumenti. La Scala Welzenbach nasce in questo contesto di innovazione, in stretto contatto con i neonati chiodi da ghiaccio, che Welzenbach inventò e impiegò, tra le prime volte, sulla Nord della Dent d’Hérens. Non è quindi un caso se tutti i protagonisti di questa storia venivano da Monaco.

La Scala, che tutt’ora porta il suo nome, distingueva le salite in sei livelli di difficoltà, dal primo (I), il più facile, al sesto (VI), il limite delle capacità umane. Questa distinzione resterà in vigore immutata almeno sino agli anni Settanta. Oggi, dopo numerosi dibattiti iniziati già nel secondo dopoguerra, la Scala è stata aperta verso l’alto e il sesto grado non rappresenta più il grado più difficile.

Non appena la Scala Welzenbach divenne un’unità di misura diffusa, la via di Lettenbauer e Solleder sul Civetta fu immediatamente riconosciuta di sesto grado, divenendo così la prima via nella storia ad aver raggiunto questo livello di difficoltà.


Foto 8: il tracciato della via Solleder-Lettenbauer (in nero tratteggiato) e quello (in bianco) della via Haupt-Lömpel. Nel riquadro, Gabriel Haupt.


E se la storia raccontata sin qui non fosse del tutto vera? Non appena la Scala Welzenbach entrò in vigore e subito dopo l’impresa di Lettenbauer e Solleder sul Civetta, le Dolomiti furono il teatro della corsa al sesto grado. Sulle pareti più famose e più difficili furono tracciati gli itinerari che, di lì a poco, sarebbero diventati tra le più belle scalate dell’alpinismo classico. E gli scalatori di quegli anni sono entrati nella storia dell’alpinismo: Emilio Comici, Ettore Castiglioni, Giovan Battista Vinatzer, Raffaele Carlesso, Alvise Andrich, Attilio Tissi, solo per citarne alcuni. Nomi, si badi, non più tedeschi, poiché dagli anni Trenta gli alpinisti italiani sapranno tenere testa alla Scuola di Monaco. Altre avventure, altre storie.

Nel 1987, a far sì che la nostra storia dia un ultimo colpo di coda ci pensano due alpinisti bellunesi, Alessandro Masucci e Giuliano de Marchi. Entrambi attratti dalle vertigini della Nord del Civetta, decidono di percorrere una via dimenticata, tracciata da Gabriel Haupt e Karl Lömpel nel 1910. La via raggiunge la vetta della Piccola Civetta dopo aver attraversato la friabile e umida parete sotto e sopra il ghiacciaio del Cristallo.

È una rivelazione: non solo l’itinerario, a detta dei due forti alpinisti, è più difficile e pericoloso della vicina Solleder-Lettenbauer, ma è soprattutto stupefacente che difficoltà simili siano state superate quindici anni prima di quella che si credeva essere la prima via di sesto grado.

Che sia la Haupt-Lömpel – la via dei tedeschi, come si è soliti chiamarla – la vera prima via di sesto grado della storia? Poco importa, la montagna è sempre la stessa, il grado sempre agordino!


[Sabauderna]


BIBLIOGRAFIA

P. Ascenzi, A. Gogna, Quando l’alpinismo parlava tedesco. 1919-1931, Edizioni Del Gran Sasso, 2023.

M. Bursi, La Solleder alla Nord della Civetta, ma nella sua storia c’è pure Lettenbauer, in La Giovane Montagna. Rivista di vita alpina, 4-2013, pp. 9-15.

G. P. Motti, La storia dell’alpinismo, Torino, Priuli e Verlucca, 2016.

I. Rabanser, Civetta, Touring Editore, 2012.

E. Roberts, Willo Welzenbach. La vita, gli scritti, le imprese, Torino, Vivalda, 1992.


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