Visto che siamo nel pieno dell’inverno, abbiamo pensato che, logicamente, fosse proprio il momento adatto per trattare della parola “primavera”.
Tutte le varianti ladine hanno una etimologia comune: la forma latino-volgare ricostruita *EX(I)UTAM, “uscita”, chiaramente nel senso di “uscita dalla cattiva stagione, dall’inverno”. A partire da questa forma sono avvenuti due fenomeni fonetici che chi ha letto i precedenti post di questa rubrica conosce già bene: la caduta di -M finale dell’accusativo latino, e la sonorizzazione dell’occlusiva -T-, trovandosi questa tra due vocali (chi non li avesse letti li può sempre recuperare sulla nostra pagina).
Inoltre, il nesso -CS- rappresentato dalla lettera X, che altro non è se non l’unione dei due suoni [k] (C dura di ‘casa’) e [s] (S di ‘silenzio’), si è semplificato perdendo il suono [k]. La vocale iniziale E- si è evoluta in I- per poi prendere ramificazioni diverse.
In un primo gruppo di varianti, è probabile che la parola si sia fusa con l’articolo la oppure la preposizione temporale da che precedevano la parola, che poi è stata reinterpretata in d’ attaccando la a alla i, formando così il dittongo e dando origine ad aissuda (Auronzo, Lozzo, Pieve di Cadore), ma anche a aisciuda (Livinallongo, Ampezzo) che in aggiunta ha la palatalizzazione di [s] nel suono “sci”. La variante più diffusa in Ampezzo è tuttavia ousciuda, con la tipica evoluzione ampezzana del dittongo iniziale.
Se notate dalla cartina, quelle del secondo gruppo sono invece contraddistinte dall’interpolazione del suono -N-. Come spiegarla? Un’ipotesi verosimile potrebbe essere che la I- iniziale sia stata reinterpretata come prefisso IN- (“in primavera”). Abbiamo quindi:
insuda in Zoldo, a Rocca Pietore, Borca e Campolongo; e insudä a Dosoledo
ansuda in Agordino
ainsuda, con dittongamento analogo alle varianti del primo gruppo, a Colle Santa Lucia
Tutta questa oscillazione vocalica a inizio parola non è strana, e anzi è un fenomeno comune a molte altri vocaboli, in tutte le varianti della provincia. In questo giocano un ruolo i fenomeni fonosintattici (ovvero che avvengono quando le parole vengono pronunciate nella sequenza continua della frase, anziché isolate). Ricordiamo che ainsuda è la forma in grafia ladina agordina-zoldana comune (GLAZ)
Nelle varianti feltrine e bellunesi invece, accanto al prestito dall’italiano ‘primavera’, esiste anche una variante propria, per quanto nettamente in disuso. Dal latino APERTA(M) abbiamo infatti verta, nel senso di “apertura” e di miglioramento del tempo meteorologico (significato in cui la parola verta è invece ancora diffusa). Questa forma deriva dall’evoluzione regolare di -P- in -V-, e altrettanto regolare caduta della A- iniziale non accentata. Interessante ricordare che tale parola è ancora diffusa in friulano: vierte.
A cura di MUSLA e per CRODAP [Nic].
BIBLIOGRAFIA
PELLEGRINI, G. B. – SACCO, S., Il ladino bellunese. Atti del convegno internazionale (Belluno, 2-3-4 giugno 1983), Belluno, 1984.

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