Per la maggior parte della loro storia le Dolomiti sono state un tratto di Alpi, piuttosto scomodo da attraversare, che i forestieri percorrevano per ragioni di necessità - economiche, religiose, militari -, e non certo per la loro bellezza. Fino a fine Settecento neanche avevano un nome. Solo nel 1792 se ne assegna uno al minerale di cui tipicamente si compongono, la dolomite, coniato in onore del primo scienziato che se ne era interessato: il francese Déodat de Dolomieu. Col tempo questa denominazione passa a indicare anche le nostre montagne, che, a partire da metà Ottocento, iniziano il lungo percorso che le porterà a essere la rinomata meta turistica che oggi conosciamo.
Tutto inizia con la nascita dell’alpinismo, che a partire dagli anni ‘50 porta i primi pionieri sulle Dolomiti. Nel 1854 si ascende il Peralba, nel 1857 tocca al Pelmo, tra il 1862 e il 1869 il viennese Paul Grohmann raggiunge le vette che circondano la conca ampezzana. Si creano così le prime associazioni alpinistiche, interessate a promuovere le Dolomiti e a offrire i primi servizi ai turisti. Nelle valli appartenenti al Regno si diffonde le sezioni del CAI (es. Agordo nel 1868, Auronzo nel 1874), nei territori asburgici quelle dell’Alpenverein (es. Pusteria nel 1869, Ampezzo nel 1882), con l’eccezione del Trentino, dove nasce la SAT (1872).
In questi anni nascono i primi rifugi alpini, in territorio imperiale: nel 1883 vengono inaugurati quello alle Tre Cime di Lavaredo - poi distrutto e ricostruito nelle vicinanze -, e quello al Nuvolau, in Ampezzo, il più antico delle Dolomiti. L’apripista a sud del confine è invece il Venezia sul Pelmo, costruito nel 1892, anche se il CAI di Agordo già nel 1875 aveva realizzato un riparo, scavato sulle pareti della Marmolada. Contemporaneamente nei fondivalle le antiche osterie vengono ammodernate, e nascono i primi alberghi e ristoranti destinati specificamente ai turisti. In Ampezzo le strutture a offrire vitto e alloggio ai forestieri sono quattro nel 1865, ma sono già cresciute a 37 nel 1913.
Da dove arrivano i primi turisti? All’inizio soprattutto dalla Gran Bretagna, ma verso la fine del secolo tedeschi e austriaci sono la maggioranza. Gli italiani sono invece una sparuta minoranza, soprattutto per le difficoltà di accesso da sud alle valli dolomitiche. Per agevolare gli arrivi vengono migliorati i trasporti, effettuati prima in diligenza, e poi anche in automobile. Sono realizzate importanti infrastrutture, come la Ferrovia della Pusteria, ultimata nel 1871; la “Große Dolomitenstraße”, inaugurata nel 1909, tra Bolzano a Cortina d’Ampezzo; il collegamento ferroviario Treviso-Feltre-Belluno (1884-86), prolungato fino a Calalzo nel 1914.

Cortina d’Ampezzo a inizio Novecento con la Strada delle Dolomiti (Touriseum)
La fine delle ostilità segna la ripresa del turismo, che non può però non risentire del mutato contesto. La conquista italiana determina la crescita del flusso turistico da sud, e, con l’ascesa del Fascismo, anche le Dolomiti assumono una funzione ideologica e propagandistica. Queste conseguenze sono particolarmente evidenti a Cortina d’Ampezzo, che il regime intende promuovere come simbolo italiano di sport, montagna e turismo, cercando nel contempo di cancellarne il passato asburgico. Per raggiungere i suoi obiettivi il regime si appoggia su parte dell’élite economica locale, riunita nel circolo “Nuova Ampezzo”.

Un manifesto del 1928 di M. A. Erwin (Museo nazionale Collezione Salce)
Ovunque nella conca sorgono nuove opere pubbliche, le strutture ricettive aumentano e vengono ammodernate. I collegamenti sono assicurati dalla Ferrovia delle Dolomiti, inaugurata nel 1921, e dalla SAD (Società Automobilistica Dolomiti), fondata nel 1927 e con sede proprio a Cortina d’Ampezzo. Gli esponenti del regime e della monarchia promuovono personalmente la località, e qui si incontrano regolarmente intellettuali, industriali, politici. Le presenze turistiche passano da qualche decina di migliaia a inizio secolo a più di mezzo milione degli anni ‘30 del Novecento. È in questo periodo che la località inizia a essere nota come la “Regina delle Dolomiti”, e a sviluppare un tipo di turismo diverso da quello che fino ad allora aveva in buona parte condiviso con le altre valli dolomitiche.
A partire da questi semi, il turismo è cresciuto nelle varie valli dolomitiche sino a toccarle tutte, sebbene in tempi e modi diversi, anche a causa della divisione amministrativa. Dopo più di un secolo e mezzo di connubio, è quasi difficile immaginare i nostri territori slegati da esso, anche se è sempre importante cercare di farlo. Il turismo è solo uno dei tanti modi che le genti delle Dolomiti hanno trovato nel tempo per sostenersi, e uno dei numerosi elementi che hanno inciso sulla loro storia e identità. Riducendo le Dolomiti al mero fenomeno turistico si rischia di scambiare quello che è solo un mezzo per un fine, perdendo di vista le tante altre ricchezze che caratterizzano questi luoghi.
Il contenuto di questo articolo è stato reso possibile grazie al contributo finanziario di Cortinabanca, nell'ambito del progetto “Non solo Olimpiadi: storia, cultura e territorio di Cortina d’Ampezzo”. Le opinioni espresse appartengono, tuttavia, al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni di Cortinabanca. Cortinabanca non può quindi esserne ritenuta responsabile
Immagine: loghi CRODAp e Cortinabanca
BIBLIOGRAFIA
Flavio Faoro, Alpinismo e turismo nella società bellunese dell'Ottocento, in La montagna veneta in età contemporanea : storia e ambiente, uomini e risorse, atti del convegno (Belluno, 26-27 maggio 1989), a cura di A. Lazzarini e F. Vendramini, pp. 259-278.
Giuseppe Richebuono, Storia d’Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, 2008.
Loris Serafini, Baci da Cortina. Ampezzo a fine Impero (1892-1923). Storia di una comunità attraverso le cartoline d’epoca, Crocetta del Montello, 2016.

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