Se abitate in provincia di Belluno e avete mai frequentato le chiese, avete una buona probabilità di aver visto un’opera dell’artista di oggi: Francesco Frigimelica. Egli fu, infatti, un artista prolifico, che ha lasciato almeno un centinaio di opere sul nostro territorio, testimonianza della grande fama di cui godette in vita. Dopo la morte, ebbe però scarsa considerazione tra i posteri, venendo riscoperto e rivalutato dagli studiosi solo negli anni Ottanta del Novecento.

1) Collocazione delle opere di Francesco Frigimelica in provincia. I dipinti censiti sono almeno 108.
Francesco Frigimelica nacque a Camposampiero, in provincia di Padova, probabilmente tra il 1560 e il 1570 e giovanissimo si trasferì a Venezia, dove avvenne la sua formazione artistica in bottega. Non si hanno notizie su chi fu il suo maestro, ma il contesto culturale del tempo era quello del tardo Manierismo, il cui esponente più noto era Palma il Giovane. Qui poté comunque conoscere e studiare le opere dei grandi artisti che avevano dominato la scena nel Cinquecento (Tiziano, Veronese, Tintoretto, Bassano) e che in quegli anni cominciavano progressivamente a mancare.
Verso la fine del Cinquecento si trasferì a Feltre, probabilmente in cerca di un luogo dove potesse incontrare una minore concorrenza. Non molti anni dopo, a inizio Seicento, si stabilirà definitivamente a Belluno, dove nascerà il figlio Pompeo, che in seguito diventerà suo collaboratore. Questi si occuperà soprattutto di firmare e redigere documenti per conto del padre, che era analfabeta. A questo punto della carriera, Frigimelica godeva già di buona fama tra le autorità ecclesiastiche e laiche, ma questa si consolidò soprattutto alla consegna della tela Caduta e raccolta della manna con il rettore Giustiniano e quattro consoli nel 1604, per la chiesa di Santo Stefano di Belluno. L’opera mostrava infatti tutta la capacità di Frigimelica di sintetizzare e armonizzare scopi didattico-religiosi e politici, mettendo in luce anche le sue doti di ritrattista.

2) Caduta e raccolta della manna con il rettore Giustiniano e quattro consoli, 1604, chiesa di Santo Stefano a Belluno.
Questa tela fu un punto di svolta nella carriera di Frigimelica, che vide le richieste moltiplicarsi e giungere incessanti sino alla sua morte e non solo dalle istituzioni cittadine, ma anche dalle confraternite e dall’aristocrazia locale. I nobili bellunesi facevano a gara a ingaggiarlo per il rinnovo dei dipinti ecclesiastici, ma ancor di più, forse, per la sua acuta abilità di ritrattista. Era molto desiderato poi anche dai casati cittadineschi emergenti che volevano affermare il nuovo status guadagnato col duro lavoro.
Per capire il suo successo, però, è opportuno fare un appunto storico-artistico. Il clima in cui si forma e lavora Frigimelica è quello della Controriforma cattolica: durante il Concilio di Trento era stato riconosciuto il ruolo pedagogico delle immagini sacre grazie alle quali i fedeli potevano riconoscere «le meraviglie e gli esempi salutari di Dio» (1563). [1] Gli artisti, quindi, dovevano attenersi ai dettami dei canoni conciliari e il loro operato era rigorosamente controllato dal clero. I pittori dovevano sottoporre a controllo preventivo i bozzetti e i modelli, a cui potevano essere imposte delle modifiche, e inoltre non potevano operare fino a che non avessero ottenuto l’approvazione del vescovo titolare. Venivano anche fatti controlli a sorpresa e puniti gli inadempienti. Insomma, erano prassi seguite rigorosamente, in particolare nell’alto Veneto, al confine con l’Impero, dov’era più probabile l’infiltrazione di pericolosi protestanti e ugonotti.
Frigimelica si presenta a questo scopo con sincera dedizione, traducendo le necessità conciliari in opere con un linguaggio essenziale, rinunciando alle implicazioni estetizzanti del tardo manierismo in favore di una chiarezza figurativa e di una coerenza teologica. Si riappropria degli equilibri rinascimentali, servendosi spesso dello schema triangolare che mette chiaramente in luce le gerarchie tra i santi, e adotta un repertorio di figure che reitera nel tempo, prendendo e rielaborando spunti dai grandi pittori veneti che lo hanno preceduto e dall’arte fiamminga, che conosce attraverso le incisioni.
Ad esempio, nell’Ultima cena del 1598, conservata nella parrocchiale di Lamosano d’Alpago, Frigimelica ripropone l’impostazione dell’Ultima cena di Tintoretto, conservata nella chiesa di San Trovaso a Venezia, conosciuta probabilmente grazie alle incisioni di Egidio Sadeler II. La sua, però, non è una mera copia, infatti la scena, benché meno dinamica, è inserita in un ambiente più chiuso, intimo, e i personaggi circondano una tavola ricca di oggetti di uso quotidiano attentamente descritti, segno dell’influenza fiamminga nel suo lavoro, tratto che ritornerà spesso. Quest’ultimo, inoltre, è un espediente utile ad attualizzare la scena, perché unisce lo scopo didattico a elementi contemporanei che possano aiutare l’avvicinamento dei fedeli.

3) Ultima cena, 1598, chiesa parrocchiale di Lamosano d’Alpago. 4) Ultima cena, incisione di Egidio Sadeler II raffigurante l’Ultima cena di Tintoretto a San Trovaso.
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| 5) Ultima cena, 1565 ca, chiesa di San Trovaso a Venezia. |
Lo stesso trucco si può trovare nelle Nozze di Cana del 1624, conservate nella chiesa di Santa Maria Assunta di Antole, dove, oltre alla ricca tavola imbandita, troviamo due figure femminili lussuosamente vestite secondo la moda aristocratica di fine Cinquecento - inizio Seicento.

6) Nozze di Cana, 1624, chiesa di Santa Maria Assunta di Antole.
Nella tela Vergine con Bambino e i santi Antonio abate e Sebastiano conservata nella chiesa parrocchiale di Castion, invece, si possono ben notare altre caratteristiche della pittura di Frigimelica, quali: la costruzione triangolare, con la Madonna col Bambino al vertice, il dettagliato paesaggio alle spalle dei santi, frutto dell’influenza fiamminga, e la qualità di ritrattista evidenziata dalla rappresentazione del pievano di allora, Giovanni Persico, in testa alla processione.

7) Vergine con Bambino e i santi Antonio abate e Sebastiano, 1614 ca, chiesa parrocchiale di Castion.

8) Dettaglio del paesaggio e della processione. 
9) Dettaglio del volto del pievano Giovanni Persico.
Particolare rispetto alla produzione precedente di Francesco Frigimelica è la Gloria di sant’Antonio da Padova, conservata alla chiesa dei Santi Fermo e Rustico a San Fermo. Il dipinto, infatti, su richiesta della committente Olimpia Alpago, seconda moglie dell’aristocratico Girolamo Miari, si avvicina più al trionfale gusto barocco che ai sereni equilibri rinascimentali amati dall’artista. Inoltre, grazie a un verbale di visita pastorale recentemente ritrovato e datato 28 maggio 1654,[2] non solo è stato possibile datare con più certezza l’opera, indicata come «noviter facta», ma anche allungare cronologicamente il percorso lavorativo dell’artista, prima noto solo fino al 1649.

10) Gloria di sant’Antonio da Padova, 1654, chiesa dei Santi Fermo e Rustico a San Fermo.
NOTE
[1] Concilio di Trento, sessione XXV (3-4 dicembre 1563), Della invocazione, della venerazione e delle reliquie dei santi e delle sacre immagini.
[2] Citato in VIZZUTI, Flavio, Francesco Frigimelica, Saonara (PD), 2023, p. 6.
BIBLIOGRAFIA
VIZZUTI, Flavio, Francesco Frigimelica, Saonara (PD), 2023
LUCCO, Mauro (a cura di), La pittura nel Veneto. Il Seicento, Milano, 1989, pp. 227-234;


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