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Post 227 - Gli effetti di Vaia nel Bellunese e il nostro presente/futuro

 


Tra il 27 e il 30 ottobre del 2018, venti di scirocco a oltre 200 km/h e piogge torrenziali hanno colpito un’ampia porzione delle foreste del nord-est d’Italia, causando danni significativi non solo nel Veneto, ma anche in Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e, in misura minore, in Lombardia ed Emilia-Romagna. 

Questo evento è diventato noto come la Tempesta Vaia. Per dare un po’ di numeri, secondo le stime, Vaia ha interessato una superficie complessiva di circa 2.306.968 ettari. I danni forestali hanno coinvolto circa il 3% di tale area, con un abbattimento esteso della copertura arborea in circa 42.525 ettari. Il volume totale di legname schiantato è stato quantificato in circa 8,5 milioni di metri cubi: equivalente al carico di 265.000 camion. 

Tra le aree maggiormente colpite si distinguono le zone prealpine e montane, con effetti più marcati nel Bellunese e nelle Prealpi vicentine. In particolare, nella provincia di Belluno, sono stati danneggiati 7.809 ettari su 222.000 complessivi, ovvero il 3,9% del totale. Si tratta di due terzi dei danni forestali rilevati in Veneto (la nostra provincia detiene da sola il 54% di tutto il patrimonio forestale della regione).

La percezione del disastro non è stata uguale ovunque: in alcune località del Bellunese, come Caprile, Rocca Pietore, Larzonei e Colle Santa Lucia, la gravità della devastazione è stata evidente da subito. In altre, come la Val Visdende o l’altopiano della Marcesina, i boschi schiantati erano più lontani dallo sguardo quotidiano, ma non per questo meno colpiti. Come vedremo tra poco, l’impatto emotivo causato da questo evento è un fattore rilevante, da non ignorare.

Non è stata uniforme neanche la distribuzione dei danni tra i comuni della provincia. Ad esempio, nel comune di Feltre sono stati danneggiati 42 ettari su poco più di 10.000 totali, pari a solo lo 0,42% del territorio. Un dato che, preso isolatamente, potrebbe far pensare a un impatto marginale. Tuttavia, a guardar bene, nonostante l’estensione relativamente contenuta del danno sul territorio comunale, l’area urbana di Feltre (158 ettari), abbia subìto un impatto significativo, con l’abbattimento di circa 1.000 alberi, tra cui quelli del Parco della Rimembranza, del bosco Drio le Rive, dei viali storici e del Castello. In un contesto urbano con una quantità di spazi verdi superiore alla media regionale, come quello di Feltre, non è un impatto da poco. 

Vaia non ha solo rappresentato il fenomeno meteorologico più impattante mai registrato nel Triveneto, ma un evento destinato a segnare profondamente il rapporto tra le comunità alpine e il loro territorio, in un’epoca segnata da cambiamenti climatici sempre più evidenti. La regione Veneto ha risposto con più prontezza ai danni al patrimonio pubblico e privato, per quanto riguarda infrastrutture e edifici, ma ha mostrato maggiore difficoltà nell’affrontare la complessità del danno forestale.

La distribuzione dei danni mostra come la fascia montana tra gli 800 e i 1600 metri, dominata da peccete, boschi con prevalenza di abete rosso, abbia subito l’impatto maggiore. Le peccete sono una tipologia forestale che, per struttura e gestione, presenta alcune fragilità intrinseche. La loro estensione nel Bellunese non è spontanea, ma frutto dell’intervento umano, e delle scelte silvo-colturali fatte negli ultimi 150 anni che oggi mostrano i propri limiti di fronte ai cambiamenti climatici. 

Gran parte degli schianti causati da Vaia colpì boschi di un’unica specie arborea (in termini tecnici: monospecifici), frutto di rimboschimenti artificiali postbellici o ottocenteschi, molto spesso poco gestiti, fatti con alberi sbagliati o troppo delicati, coltivati in vivaio e poi trapiantati direttamente. L’abete rosso ha una caratteristica molto marcata, e rilevante in questo contesto: ha un apparato radicale superficiale, e per questo è una specie vulnerabile allo sradicamento anche in condizioni molto meno estreme di quelle di Vaia. Al contrario, l’abete bianco e il larice, essendo dotati di radici più profonde e ancoranti, hanno una maggiore resistenza meccanica: queste specie, infatti, hanno sopportato molto meglio il colpo e le vediamo tuttora in piedi dove gli abeti rossi sono stati invece largamente abbattuti. Tuttavia anche questi alberi hanno subito danni significativi: molti esemplari sono stati spezzati, cosa che peraltro ha provocato un danno ancora più grave sul lato economico, dato che in questo caso il legname è inutilizzabile.

L’intervento della pubblica amministrazione è stato rapido nei centri raggiungibili, ma le difficoltà sono state non poche, soprattutto nei territori isolati e nei boschi inaccessibili da mezzi pensati, mettendo in luce criticità strutturali già presenti prima dell’evento: la mancanza di una gestione forestale coordinata tra le regioni colpite, che avrebbe potuto garantire azioni più omogenee e tempestive, e la prioritizzazione di determinati interventi, come lo sgombero delle strade, il recupero del relativo legname e la messa in sicurezza dei versanti, a scapito di una visione più ampia che considerasse anche le implicazioni sociali, ecologiche ed economiche del danno.

Per agevolare il recupero del legname abbattuto da Vaia, la legge di bilancio 2019 introdusse un contributo statale destinato a soggetti pubblici e privati, coprendo fino al 50% delle spese sostenute, con un tetto di 3 milioni di euro. Nonostante questo sostegno, gli obiettivi di rimozione totale entro il 2019 e di ripristino delle superfici entro l’anno successivo non sono stati raggiunti.

Le operazioni sono iniziate dalle aree più accessibili, vicine alla viabilità e ai centri abitati, sia per ragioni logistiche sia per garantire la sicurezza delle persone. Solo successivamente, e nell’arco di quattro anni, si è riusciti a intervenire nelle zone più interne e impervie. In poche parole, solo una parte del legname è stato rimosso e poi venduto, poiché in alcune zone dove era troppo pericoloso accedere e operare è rimasto dov’era, con grande danno. Uno degli ostacoli principali è stata la carenza di imprese specializzate in esbosco e lavorazione (un settore economico che per molti aspetti è stato politicamente trascurato nel Bellunese negli ultimi decenni): molti comuni hanno dovuto reperire ditte estere per far fronte all’enorme mole di lavoro. La perdita economica è stata peraltro aggravata dal calo dei prezzi del legname, dato l’improvviso aumento di disponibilità sul mercato, ma anche perché il materiale derivato da questo esbosco d’emergenza era di qualità inferiore: spesso compromesso dallo schianto e di pezzatura modesta.

Ma la conseguenza ecologica più impattante oggi è un’altra ancora: l’ingente quantità di legno a terra ha favorito lo sviluppo di infestazioni di bostrico tipografo (Ips typographus). I danni causati da tale insetto sono stati sicuramente notevoli, e se ne è parlato molto, ma troppo spesso in modo sensazionalistico e strumentalizzato. E’ un tema che va riportato invece a una riflessione fondata su argomenti tecnici di tipo ecologico e forestale. Il bostrico tipografo può essere definito un insetto “di debolezza”. Infatti, esso è sempre stato presente nei boschi e la sua funzione nell’ecosistema è quella di attaccare le piante deboli o morte, a gruppi di 5, 10 fino a 20 alberi adiacenti: l’estensione dell'area boschiva ideale per favorire il rinnovo. Ecologicamente il ruolo del bostrico è quello di fare una selezione, creando spazio per la crescita di nuove piante al posto di esemplari giunti alla fine del proprio ciclo vitale. In un sistema equilibrato l’espansione di questo insetto rimane contenuta, grazie al fatto che le piante sane sviluppano difese per respingere la minaccia.

A causa dell’ingente quantità di alberi schiantati dalla tempesta, tuttavia, il bostrico si è diffuso molto rapidamente, colpendo anche le piante sane presenti nelle vicinanze; il motivo sta nel comportamento iperfagico di quest’insetto, ovvero la sua elevata attività trofica (di alimentazione) in circostanze favorevoli. Anche davanti a questo problema, un bosco misto e diversamente coltivato si sarebbe rivelato molto meno vulnerabile, come abbiamo detto all’inizio.

La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla siccità degli ultimi anni e dalle elevate temperature estive, condizioni climatiche particolarmente critiche per una specie come l’abete rosso, pianta esigente in termini di umidità: l’improvvisa creazione di oltre cento chilometri di nuovi margini boschivi ha esposto numerosi abeti rossi – fino ad allora protetti all’interno della copertura forestale – a condizioni ambientali più severe, che li hanno indeboliti.

Proprio a causa dell’impatto di questi eventi, e sull’onda emotiva che ne è conseguita, nell’immediato post Vaia c’è stato l’impulso di ripristinare subito quei boschi danneggiati, ricorrendo a interventi di riforestazione artificiale. Intervenendo in questo modo, il rischio è quello di ritrovarsi nuovamente in questa stessa posizione critica e di vulnerabilità generale tra una trentina d’anni, con dei nuovi popolamenti altrettanto instabili di quelli passati.

In molte aree, la natura ha ripreso il suo corso in maniera indipendente: sull’altipiano di Asiago, per esempio, a cinque anni dalla tempesta, si registravano già tra le 8.000 e 16.000 piantine per ettaro nate spontaneamente. L’esperienza di altri eventi simili in passato ha dimostrato che la rigenerazione spontanea è di gran lunga preferibile. La Svizzera per esempio, in seguito alle tempeste Vivian e Lothar, avvenute rispettivamente nel 1990 e nel 1999 - in una situazione di danni anche più gravi di quelli causati da Vaia - ha lasciato che i boschi si rigenerassero naturalmente, ottenendo risultati ecologici ed economici migliori nel lungo periodo e offrendo l’opportunità di raccogliere esperienze e dati quantitativi utili a definire le modalità di ripristino migliori.

Partendo dalle operazioni di sgombero del legname schiantato, è fondamentale fare anche un ragionamento sulla funzione bioecologica del bosco e della sua complessità. È da qui, dunque, che diventa necessario osservare le dinamiche naturali e favorire i processi di rinnovazione naturale, ovvero la crescita spontanea di nuove piantine. Contestualmente, va prevista la permanenza di una quota selezionata di legno morto e alberi vivi, risorse preziose per la biodiversità, pur valutando con attenzione i rischi associati, come la proliferazione di insetti patogeni. 

Vaia ha profondamente disturbato gli equilibri ecologici esistenti, ma ha anche creato nuovi spazi per la biodiversità. Studi condotti nei tre anni successivi all'evento mostrano un aumento locale della diversità di artropodi e piante nei siti disturbati, indipendentemente dalla percentuale di schianti presenti nel paesaggio. I disturbi naturali, sebbene traumatici, possono svolgere un ruolo fondamentale nel favorire la presenza di habitat eterogenei, al cui interno ci siano specie prima non presenti, arricchendo l’ecosistema.

Femmina di bostrico tipografico (Ips typographus)

Gli interventi forestali condotti negli anni immediatamente successivi a Vaia sono stati eterogenei. Tra questi, alcune iniziative come le campagne "Adotta un albero" hanno riscosso molta attenzione mediatica – e giustamente, essendo partite da intenzioni del tutto condivisibili e lodevoli – ma sollevano dubbi sulla reale efficacia a lungo termine. Speriamo in questo breve articolo di essere riusciti a illustrare almeno in parte la complessità dell’ecosistema bosco, e quanto siano delicate le decisioni che è necessario prendere in momenti come questo: piantare migliaia di alberi non è garanzia di un bosco stabile e funzionale a distanza di decenni, se l’intervento non parte da una politica forestale ben strutturata. In parallelo, aziende come Luxottica hanno avviato progetti di rimboschimento su larga scala (30 ettari ad Agordo), cercando di bilanciare rinnovazione spontanea e intervento umano. Ad ogni modo, di là delle politiche generali complessive, c’è spazio per interventi calibrati sui singoli casi e su diverse esigenze. Ma il vero punto è: quale tipo di bosco vogliamo costruire per il futuro?

Anche se non ce ne accorgiamo, i boschi bellunesi si stanno già rigenerando, lentamente ma spontaneamente: il rimboschimento artificiale sarebbe certamente più rapido, ma lasciando spazio alla rinnovazione naturale avremo il vantaggio di sostenere spese minime o nulle e di avere un bosco molto più resistente. A distanza di sette anni, superata la fase di emergenza, Vaia ci ha dato l’occasione per rivalutare le strategie di gestione forestale, soprattutto nello scenario di cambiamento climatico in corso.

Forse, tra vent’anni, nessuno si accorgerà più del passaggio di Vaia, perché i boschi, con o senza di noi, torneranno a essere verdi come prima.


 [Donna Cannarese]


Parte delle informazioni sono state tratte dall’incontro con il professor Mario Pividori, che ringraziamo.


 

 

RIFERIMENTI

Foto 1. https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/18158


BIBLIOGRAFIA


I. Da Deppo - D. Perco - M. Trentini, Vaia. La tempesta nella memoria, Sommacampagna (VR), 2024

A. Bevilacqua, La tempesta Vaia sull’altopiano di Asiago: effetti sulle dinamiche turistiche e forme di resilienza, tesi di laurea, relatrice S. Meneghello, Università degli studi di Padova, A. A. 2023/2024


SITOGRAFIA


https://www.regione.veneto.it/web/agricoltura-e-foreste/monitoraggio-schianti-vaia

https://www.regione.veneto.it/documents/10701/14060792/Relazione_finale_Vaia_pdf.pdf/9b2ad30e-8422-4eca-b902-af12943c4beb

https://foresta.sisef.org/contents/?id=efor2990-015

https://www.ilpost.it/2023/10/28/tempesta-vaia-foreste-dolomiti/

https://vaiagrandeguerra.it/memoria/comune-di-feltre/


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