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Post 226 - Palazzo Poli-De Pol di San Pietro di Cadore. Un esempio di architettura veneziana tra le Dolomiti

 


Palazzo Poli-De Pol si staglia nella piazza di San Pietro di Cadore come uno dei casi più significativi di architettura signorile d’ispirazione veneziana trasferita in ambiente alpino. L’edificio, spesso definito “palazzo-villa” per la compresenza di funzioni rappresentative e residenziali, è emblema della capacità delle famiglie mercantili locali di tradurre ricchezza economica in visibilità sociale attraverso la costruzione di dimore monumentali.

La datazione precisa della costruzione presenta margini di discussione: diverse ricerche collocano l’edificazione nella seconda metà del Seicento, più precisamente negli anni ‘60, anche se non c’è consenso unanime. È comunque certo che la committenza fu di Giacomo Poli, commerciante di legname il cui successo economico — connesso ai traffici verso la laguna — gli permise di ottenere l’ingresso nel patriziato veneziano. La costruzione del palazzo fu dunque un atto intenzionale di prestigio e autoaffermazione sociale, coerente con un contesto locale in cui altre dimore signorili sorsero nello stesso periodo (si pensi, per esempio, a Casa Gera e a Casa Monti - Giacobbi, entrambe a Candide).


Luca Vecellio e Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti

Col tempo la proprietà passò a una famiglia imparentata, i De Pol. Il restauro del 1813 – accaduto nello stesso anno della vendita ai De Pol e puntualmente documentato all’interno dell’archivio familiare – modificò di poco gli aspetti sia interni sia esterni, contribuendo anzi a preservare l’aspetto seicentesco. Grazie a Benedetto De Pol, ultimo erede diretto senza discendenti, questo approccio conservativo continuò con il trasferimento del palazzo al comune di San Pietro di Cadore, nel 1930: l’acquisizione pubblica segnò dunque una svolta decisiva per la tutela del bene, garantendone uso civico e conservazione fino all’attuale funzione municipale.

Origine della famiglia Poli

Nel Cinquecento tra i Poli si contavano numerosi notai, figure molto potenti nella comunità cadorina dell'epoca. A loro ci si rivolgeva per regolare gli affari privati (successioni, compravendite, matrimoni), ma i notai erano figure influenti anche nella vita pubblica, e spesso ricoprivano cariche istituzionali nella Magnifica comunità di Cadore e nelle Centene in cui era suddiviso il territorio. Grazie a questo dualismo riuscirono a sfruttare le proprie conoscenze e a comprendere fin da subito che le società cadorina e comelicese stavano concentrando sempre più pesantemente la propria economia sul bosco e sulla compravendita del legname, grazie alla via commerciale della Piave. I notai investirono in modo crescente nel settore, e la loro posizione nel Consiglio della Comunità, unico organo che aveva l’autorità per vizzare i boschi (e cioè renderli comunitari e regolamentarne il taglio), si rivelò fondamentale per l’ascesa economica di molte famiglie. Le Regole, che si trovavano in questo periodo in difficoltà finanziarie anche a causa della pressione fiscale, si ridussero ad affittare le proprie vizze per reperire fondi: a chi affittare i boschi, se non ai notai-mercanti che avrebbero commercializzato il legname e sarebbero rientrati presto dell’investimento? Sebbene questa pratica fosse di fatto illegale, si trascinò per lungo tempo e venne interrotta, dopo numerose lamentele, solamente dall’intervento diretto del Senato veneziano nel 1606 (con quanta efficacia, resta da verificare).


I Poli in questo periodo furono abilissimi mercanti: essi furono in grado di accumulare un notevole patrimonio, come dimostrano le divisioni tra gli eredi che troviamo documentate  tra la fine del Cinquecento e il Seicento. Dopo quindi due secoli di ascesa economica grazie allo sfruttamento delle proprie posizioni, nel 1663 i fratelli Giovanni e Giacomo Poli ottennero l’iscrizione al Libro d’Oro della Repubblica di Venezia sborsando l’enorme cifra di 100.000 ducati, e divennero così nobili. [1] Questo fu l’inizio della fine per la famiglia Poli, che non venne mai veramente accettata dalla nobiltà lagunare e che spese il proprio patrimonio per comprare e consolidare una posizione nobiliare di fatto inutile nel territorio cadorino.


Architettura e decorazione

Il palazzo-villa Poli - De Pol viene quindi costruito con un intento autocelebrativo, per ribadire la nuova posizione di nobili della famiglia. L’impianto architettonico del palazzo riprende i modelli delle dimore patrizie veneziane, ma li reinterpreta in chiave montana. La facciata è composta con rigore: il piano terra in pietra bugnata sostiene due livelli scanditi da cornici marcapiano, mentre la simmetria delle aperture culmina in una trifora centrale che definisce l’asse visivo. L’insieme mostra un gusto scenografico riconducibile al linguaggio seicentesco, temperato però dall’uso di materiali e proporzioni più sobri, adatti al clima e alla tradizione edilizia alpina.

All’interno, gli spazi sono pensati per la rappresentanza: un ampio atrio marmoreo introduce alla grande scala monumentale che porta al piano nobile, dove si trovano le sale affrescate e il ballatoio ligneo. Quest’ultimo, oltre a costituire un elemento funzionale, ha una precisa funzione scenica: osservando dal ballatoio si percepisce la gerarchia spaziale degli ambienti nobiliari, soluzione tipica delle ville venete che qui assume una fisionomia più “alpina” per materiali e proporzioni.

Il ciclo pittorico del piano nobile è attribuito, con buona probabilità ma senza documentazione certa, a Girolamo Pellegrini. Gli affreschi di Villa Poli per anni sono stati attribuiti di volta in volta ad artisti differenti, inizialmente a un certo Carlo Valli. Considerando però fuorviante ed errata questa fonte, gli studiosi si sono concentrati sulle particolarità stilistiche degli affreschi, che sono quindi stati attribuiti in maniera abbastanza definitiva al detto Pellegrini. Egli, pittore attivo tra la metà e la fine del Seicento, mostrava nelle proprie opere una chiara influenza del barocco romano: probabilmente la sua prima formazione era avvenuta nella sua città natale, Roma, al seguito di Pietro da Cortona. Successivamente trasferitosi in Veneto, il suo stile si è evoluto apprendendo l’uso del colore in voga nella Venezia del Seicento. 

Lo stile di questo frescante è giudicato dai contemporanei accettabile ma non eccelso, a tratti persino un po’ grezzo. [2] Ad ogni modo la grossolanità di qualche tratto è sicuramente stemperata dall’utilizzo dei colori e del chiaroscuro, che rendono le forme semplici estremamente godibili.

Inoltre nei cicli di Palazzo Poli-De Pol le scene dedicate a Cleopatra, ad Augusto e le allegorie delle Virtù devono essere interpretate non soltanto come decorazione, ma come strumenti programmatici di legittimazione culturale e sociale da parte della committenza.  Tali cicli combinano motivi mitologici, allegorici e sacri con una tavolozza vivace e composizioni dinamiche.

Ipotesi progettuali e confronti stilistici

Nemmeno per quanto riguarda la paternità del progetto architettonico esistono fonti certe, ma le ricerche suggeriscono che si tratti di un progettista appartenente alla cerchia di Baldassare Longhena. Alcune caratteristiche formali — la ridotta enfatizzazione del coronamento del tetto nella facciata (specialmente dato che ci troviamo in ambito montano), l’uso del bugnato al pianterreno, la composizione scenografica della scala — sembrano indicare una parentela stilistica con l’ambito del celebre architetto veneziano che codificò molte soluzioni del Seicento veneziano in opere come la basilica della Salute, Ca’ Rezzonico e Ca’ Pesaro. 

Villa Poli-De Pol’ Valentina Borghi e Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti; ‘Casa del Rifabbrico a Padola’ Natalia De Martin Pinter.

Il confronto con alcune soluzioni longheniane serve però a mettere in rilievo scelte progettuali interessanti: la scala dell’edificio — che parte con un’unica rampa, per poi sdoppiarsi e girare simmetricamente enfatizzando l’accesso al piano nobile — richiama, nel gioco delle rampe e degli assi, dispositivi scenografici che troviamo nei palazzi nobiliari veneziani. Allo stesso modo, l’effetto del bugnato al piano basso e la tendenza a minimizzare la rilevanza visiva del tetto nella lettura della facciata evocano i prospetti urbani di Ca’ Rezzonico o Ca’ Pesaro. 

Eredità e ruolo territoriale

Oltre al valore intrinseco dell’edificio e delle sue decorazioni, Palazzo Poli-De Pol esercita una funzione esemplare per l’architettura locale: molte costruzioni ottocentesche del Comelico riprendono, in forma semplificata, elementi tipici del palazzo — simmetria delle aperture, pianta rettangolare, tetto a quattro falde — contribuendo a definire un modello edilizio diffuso nella valle. Il fenomeno del Rifabbrico ottocentesco può essere interpretato, in parte, come una trasposizione popolare e meno monumentale di soluzioni che il palazzo aveva già codificato.

Ca' Pesaro

foto di Ca’ Rezzonico e Ca’ Pesaro, Luca Vecellio e Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti


Luca Vecellio e Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti; Valentina Borghi e Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti

Luca Vecellio e Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti


Conclusione

Palazzo Poli-De Pol è un caso esemplare di come modelli architettonici urbani — e le aspirazioni culturali che li accompagnano — possano essere adattati a contesti montani, assumendo forme che parlano tanto della committenza quanto del territorio. La villa rappresenta non soltanto la memoria di una ascesa sociale legata al commercio del legname e alle relazioni con Venezia, ma anche un crocevia dove architettura, decorazione pittorica e funzione pubblica si incontrano per costruire un’identità materiale del Comelico.


A cura di [Pinter]

Note

[1] In quegli anni la Repubblica era in gravissime difficoltà finanziarie a causa delle spese sostenute per l’estenuante Guerra di Candia (1645-1669), e ricorse a questa misura eccezionale. I Poli furono tra le poche famiglie di Terraferma (alcune decine in tutto) ad acquistare in questo modo il titolo di patrizi e conseguentemente il diritto di sedere nel Maggior Consiglio.

[2] Luigi Antonio Lanzi  definì Pellegrini «non scelto, né vario, né spiritoso pittore, ma grande a bastanza» mentre Anton Maria Zanetti «di maniera assai grande, ma non graziosa né nobile». P. Eicher Clere, E. Riva de Bettin, Una villa veneta nella Ladinia dolomitica: Girolamo Pellegrini e gli affreschi di palazzo Poli-De Pol a San Pietro di Cadore, Mestre, 1994.

 

BIBLIOGRAFIA

P. Eicher Clere, E. Riva de Bettin, Una villa veneta nella Ladinia dolomitica: Girolamo Pellegrini e gli affreschi di palazzo Poli-De Pol a San Pietro di Cadore, Mestre, 1994.

C. Fabbro, L’archivio della famiglia De Pol di San Pietro di Cadore con notizie storiche sulle famiglie Poli e De Pol, Belluno ,1960.

A. Foscari, Un capolavoro barocco nelle acque della laguna. Il tempio della Salute di Baldassarre Longhena, «Studi Veneziani», n. 75, 2017, pp. 99-124.

A. Vianello, Da Palazzo seicentesco a municipio: il caso di Palazzo Poli-de Pol a San Pietro di Cadore, tesi di laurea, Università degli studi di Padova, A.A. 2024-2025

 SITOGRAFIA

Il Giornale dell’arte, Palazzo Poli-De Pol, espressione e memoria degli antichi fasti della Serenissima, https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Palazzo-PoliDe-Pol-espressione-e-memoria-degli-antichi-fasti-della-Serenissima

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