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Post 225 - La quasi sparizione dei faggi del Cansiglio

 


Con la legge del 1792 "Terminazione degli Illustrissimi ed Eccellentissimi Inquisitori all'Arsenal, in proposito di boschi pubblici di legne dolci da matadura e pagamenti delli due Riparti, cioè del Bellunese e della Carnia", la Repubblica di Venezia vuole dare un nuovo volto alla foresta del Cansiglio: al vecchio e deteriorato bosco di faggi si sarebbero sostituiti gli abeti.

Il progetto, avviato dall’autorità competente in materia, l’Inquisitorato dell'Arsenal, e approvato dal Senato, prevedeva l'abbattimento dei faggi, ritenuti inutili, per sostituirli con abeti e altre resinose, essenze di legname di cui all’epoca c’è maggior necessità, e un mercato più remunerativo.

La vicenda comincia già nel 1771 con una denuncia dei Patroni all’Arsanal, la magistratura della Repubblica che amministra l’Arsenale. Vengono istituite una serie di conferenze e collegi ma tutte risultano inconcludenti. Viene quindi istituita la magistratura straordinaria dell’Inquisitorato dell’Arsenal (1782).

Gli Inquisitori fanno sospendere le autorizzazioni e le licenze di taglio. Istituiscono quindi un’azienda boschiva con uffici territoriali e provinciali che si deve occupare di due diversi tipi di boschi, i boschi di rovere, situati in pianura e in collina, e i boschi di legno dolce che si trovano nell’area montana, detti anche “da matadura” ovvero per realizzare l’alberatura delle navi soprattutto.

Nel 1789 viene stipulato il primo contratto con il mercante di legname di Longarone Giovanni Celotta per il taglio di 60.000 faggi in 15 anni al prezzo di 17 soldi a pianta. Le zone interessate sarebbero state Prese, Val Falsinna, Val Piccola, Col de Leo e Banca del Palughetto.

Tra i sostenitori del progetto di modifica del bosco del Cansiglio c’è Clemente Doglioni, ingegnere dell’Arsenale, che riporta l’idea del capitano del Cansiglio Angelo Bognolo: costruire una strada che colleghi il Cansiglio al lago di Santa Croce, associandola a alla sostituzione dei  faggi con gli alberi «piantati secondo la loro natura: albeo e avedin nelle zone più basse; làrese, cirmolo e zappino alle medie medie altezze; nas e igolo nei siti più elevati.» [1]

Giacomo Antonio Alpago e Francesco Girlesio, accademici degli Anistamici di Belluno, [2] dopo un sopralluogo, confermano la necessità dei tagli e l’opportunità della sostituzione delle piante. Dello stesso parere è Giuseppe Urbano Pagani Cesa, soprintendente ai boschi del Bellunese e della Carnia, che nel 1792 appoggia il progetto.



Magistrature di governo, tecnici ed esperti dell’epoca concordano quindi sullo scopo, ma le visioni differiscono molto sulla mole degli interventi. Alcuni associano l’intervento radicale alla costruzione della strada, altri ritengono che il rinnovamento boschivo debba essere fatto a piccoli passi.

La politica, l’Inquisitorato e il Senato, hanno però il potere decisionale finale. Viene quindi stipulato un accordo con l’imprenditore Giuseppe Rova per 220.000 faggi a 20 soldi l’uno da abbattere nella zona delle valli di Cadolten e di Baldassarre.

Il contratto è esecutivo dall’8 giugno del 1793.

Nel 1794 scontri politici interni costringono uno dei nuovi Inquisitori a recarsi in Cansiglio per stilare una relazione sull’andamento dei lavori. Odoardo Collalto si reca nella piana a ottobre e redige un dettagliato resoconto che evidenzia gli errori e le mancanze dell'appaltatore. 

Forse per cercare di ottimizzare il guadagno Rova aveva preferito all’uso delle “resine”, strade per il traino dei tronchi la costruzione di una stua, una diga artificiale in cui accumulare tutto il legname per poi farlo trasportare dall’acqua. La stua però venne  contestata dalla comunità di Farra, forse anche perché il contratto di Rova aveva lasciato gli abitanti, solitamente impegnati nell’esbosco del Cansiglio, senza lavoro.
I tagli non erano perciò stati ancora consegnati, creando un enorme quantità di legname giacente. Il contratto venne rescisso

Dalla relazione di Collalto risulta che a ottobre 1794 lungo il vallone che porta al lago di Santa Croce e sulle rive di questo si contano 658 piante intere, 6.579 taglie (lunghe 12 piedi veneti) e 203.154 borre di faggio (lunghe 5 piedi e mezzo), cioè oltre 44.000 metri cubi di legname, per un valore stimato in quasi 68.000 ducati.



Collalto è incaricato di continuare il progetto originale e di provvedere allo sgombero delle piante di Rova e alla semina delle resinose in sostituzione. Alla Repubblica però mancano i soldi per finanziare il progetto, che avrebbe richiesto un grande investimento.  Nel 1796 Collalto viene assegnato ad altri incarichi e il progetto si arena. Di lì a poco la Serenissima cesserà di esistere, e, con il passaggio dei suoi territori agli Asburgo, il piano non verrà più ripreso.

Grazie a questa combinazione di eventi noi ora possiamo ancora godere del patrimonio naturalistico della foresta del Cansiglio per come la conosciamo, nella sua forma storica.


Post a cura di [Faghe]


NOTE 

[1] Lazzarini, Antonio, La trasformazione di un bosco, Belluno, 2006, p.79.

albeo: abete rosso; avedin: abete bianco; làrese: larice, cirmolo: pino cembro; zappino: pino silvestre; nas: tasso; igolo: maggiociondolo.

[2] «Con la denominazione di Accademia degli Anistamici, si identificò più precisamente il sodalizio di intellettuali dediti alla letteratura e alle teorie fisiocratiche, riconosciuto ufficialmente dal decreto del Senato veneziano del 7 agosto 1766, che ebbe lo scopo precipuo di diffondere e sviluppare a livello locale le teorie fisiocratiche allora imperanti in Europa». https://archivio.comune.belluno.it/patrimonio-fondi/privati/accademia-degli-anistamici-1764-1816/.


BIBLIOGRAFIA

Lazzarini, Antonio, La trasformazione di un bosco, Belluno, 2006.

Lazzarini, Antonio, Un progetto fallito. Il bosco del Cansiglio dopo la riforma veneziana del 1792, «Ricerche di storia sociale e religiosa»,1997, n. 52, pp. 75-106

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