La montagna, si sa, tende a essere piuttosto conservativa, anche dal punto di vista linguistico, e ciò vale naturalmente anche per le nostre valli dolomitiche. Peraltro, del fatto che quassù ci si esprimesse in modo particolarmente strano, s’erano già accorti i nostri antenati, che a riguardo scrivevano:
“parlare corrotto, mezzo latino e mezzo volgare”
Giovanni Antonio Barnabò, 1729, in merito al cadorino d’Oltrechiusa [1]
“un linguaggio molto corrotto e quasi non intellegibile a loro stessi”
idem, sul comelicense
“una lingua romanza grezza e incomprensibile”
Marx Sittich von Wolkenstein, inizio Seicento, sul livinallese [2]
Queste parlate così peculiari non sviluppano per secoli una tradizione scritta, finché, a partire dall’Ottocento, non iniziano a riscuotere l’attenzione degli intellettuali, in una temperie culturale in cui si rivela un crescente interesse per lo studio delle lingue. Anche tra le Dolomiti iniziano così a comparire i primi dizionari e componimenti letterari, ma pure lavori di carattere linguistico, principalmente ad opera di autori locali.
Col passare del tempo anche gli accademici si avvicinano all’argomento, e nel 1873 vengono pubblicati i fondamentali Saggi ladini del goriziano Graziadio Isaia Ascoli.
Questi identifica dei caratteri lessicali e morfologici comuni a varie parlate diffuse tra Alpi centro-orientali e Italia settentrionale. Ritiene quindi di poterle ricondurre a un’unica famiglia, chiamata “ladino”, a sua volta divisa in tre gruppi:
occidentale → il romancio dei Grigioni, in Svizzera
centrale → i dialetti di alcune valli dolomitiche oggi divise tra le province di Belluno, Trento e Bolzano
orientale → la lingua friulana
Nel 1883 il viennese Theodor Gartner conia l’aggettivo “retoromanzo”, riducendo il significato di “ladino” – tendenzialmente – al solo gruppo dolomitico.
A partire da questo momento si sviluppa tra i glottologi la “questione ladina”: un ampio dibattito, ancora vivace, sull’ampiezza di questa famiglia linguistica e sui suoi rapporti con le altre parlate neolatine.
A inizio Novecento il concetto di “ladinità” si diffonde in alcune zone allora appartenenti al Tirolo, che ancora oggi vengono tradizionalmente identificate come le “cinque valli ladine (del Sella)”: Badia, Gardena, Fassa, Livinallongo e Ampezzo.
Qui nascono i primi movimenti e la bandiera ladina, e proprio in nome della comune identità ladina queste comunità si oppongono alla loro spartizione (Badia e Gardena a Bolzano, Fassa a Trento, Ampezzo e Livinallongo a Belluno), imposta in seguito alla conquista italiana e confermata alle fine della Seconda guerra mondiale.

I territori oggi riconosciuti dalla legge come ladini.
A partire da metà Novecento – anche grazie al lavoro di linguisti come Carlo Tagliavini e Giovan Battista Pellegrini – inizia a svilupparsi una coscienza ladina anche in altre zone, già incluse negli studi di Ascoli, tra cui le vallate bellunesi di Comelico, Cadore, Agordino e Zoldo.
Oggi tutti questi territori – oltre alle tradizionali cinque valli – vengono considerati di lingua ladina dalla legge 482/1999, che ha finalmente riconosciuto a livello statale 12 minoranze linguistiche presenti in Italia.
Il ladino al suo interno offre un panorama molto diversificato di dialetti, spesso non mutualmente intelligibili, e la cui classificazione resta ancora dibattuta.
Concentrandosi sul ladino ampezzano, nonostante gli storici legami di Ampezzo col Tirolo, si può dire che rientri nella famiglia del ladino cadorino, all’interno della quale si distingue per delle peculiarità proprie.
Dal punto di vista della fonetica è ad esempio presente la ‘fricativa postalveolare sonora’ (il suono della seconda “g” in “garage”), espresso dalla lettera “J”. Per quanto riguarda il lessico, sopravvivono alcune parole arcaiche, estinte altrove (es. brasción per ‘albero’), e sono presenti più prestiti tedeschi (es. jèfar per “freno”).
Oggi il concetto di ladino si è molto ampliato rispetto al significato originario, prettamente glottologico, ed è arrivato a includere l’insieme di tradizioni, costumi, leggende, usanze proprie delle valli in cui è diffusa la lingua ladina. In breve, esso identifica ciò che definisce e caratterizza l’identità originaria di quei luoghi.
Anche Cortina d’Ampezzo, nonostante le forti influenze esterne, conserva la sua anima ladina, che viene particolarmente sostenuta da istituzioni come l’Union de i Ladis de Anpezo e l’Istitut Cultural Ladin “Cesa de Jan”, ma che trae la sua forza soprattutto dalle tante persone che la sentono come parte di sé.
Dopo tutti questi discorsi, forse a qualcuno sarà venuta la curiosità di sapere come suona questo ladino ampezzano: vi salutiamo quindi con un paio di strofe della poesia “A se reede” di Fiorenzo Pompanin Dimai “d’Anjèlico” (1927-1980).
Ve digo “sanin” par anpezan
ió ve saludo, ve dago ra man,
ma chesta ota voi śontà pede
come na ota “a se reede”!
(Vi dico “addio” in ampezzano
io vi saluto, vi porgo la mano,
ma questa volta voglio aggiungere
come una volta “arrivederci”!)
[...]
’Es cianta ra zilies canche ’s s’in va
e ra coa ’es ve lascia da i precurà,
anche eres ’es disc: “Tendei che s’in śon,
‘a se reede’ co ra bona stajon!”
(Le rondini cantano quando se ne vanno
e vi affidano il loro nido,
anche loro dicono «State attenti, ché ce ne andiamo,
‘arrivederci’ alla buona stagione!»)
Il contenuto di questo articolo è stato reso possibile grazie al contributo finanziario di Cortinabanca, nell'ambito del progetto “Non solo Olimpiadi: storia, cultura e territorio di Cortina d’Ampezzo”. Le opinioni espresse appartengono, tuttavia, al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni di Cortinabanca. Cortinabanca non può quindi esserne ritenuta responsabile
NOTE
[1] G. ZANDERIGO ROSOLO, Prime testimonianze cadorine della lingua volgare, in P. CESCO FRARE e G. B. PELLEGRINI (a cura di), Atti del convegno “Il dialetto del Comelico”. S. Stefano di Cadore, 11 settembre 1988, Santo Stefano di Cadore, 1992, p. 82.
[2] M. SITTICH VON WOLKENSTEIN, Landesbeschreibung von Südtirol, Innsbruck, 1936, p. 154.
BIBLIOGRAFIA
ASCOLI, G. I., Saggi ladini, in «Archivio glottologico italiano,», 1/1873, n. 1, pp. 1-537.
MAJONI, A., Cortina d’Ampezzo nella sua parlata, Forlì, 1929.
MONICA QUARTU, B., Fonetica della lingua ampezzana, Cortina d’Ampezzo, 1974.
MUNARINI, G. Quadro della letteratura ladina d’Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, 1996.
PESCOSTA, W., Storia dei ladini delle Dolomiti, San Martino in Badia, 2010.
RICHEBUONO, G., Storia d’Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, 2008.
SITTICH VON WOLKENSTEIN, M., Landesbeschreibung von Südtirol, Innsbruck, 1936.
ZANDERIGO ROSOLO, G., Prime testimonianze cadorine della lingua volgare, in P. CESCO FRARE e G. B. PELLEGRINI (a cura di), Atti del convegno “Il dialetto del Comelico”. S. Stefano di Cadore, 11 settembre 1988, Santo Stefano di Cadore, 1992.


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