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Post 222 - Un cabalista feltrino si confessa all’Inquisizione diocesana (1728)

 


Il 26 luglio 1728 il conte Simeone Zasio si presentò all’ufficio del vescovo di Feltre, Pietro Maria Suarez, per rendere conto di un episodio che gli era capitato circa vent’anni prima, quand’era molto giovane e svolgeva l’incarico di nunzio, cioè di rappresentante della comunità di Feltre presso la capitale della repubblica, Venezia. [1] Mentre alloggiava nelle proprie stanze, nella contrada di Sant’Antonin, nel sestiere di Castello, riceveva spesso le visite di un ebreo del ghetto, Grassin Treves. Incuriosito da alcune allusioni di Treves, che gli raccontava di poterlo istruire in una disciplina occulta, Zasio accettò di pagargli uno stipendio di ben 200 ducati se gli avesse insegnato la pratica magica della cabala.


1. Tiepolo Giovanni Battista, Indovino. Fonte: https://dati.beniculturali.it/lodview-arco/resource/HistoricOrArtisticProperty/0300047121.html

A questo nome risaliva una serie di concetti e dottrine della mistica ebraica, insegnate per meglio comprendere la Torah e meditare alcuni misteri filosofici. Ne derivò anche una sua applicazione esoterica e magica, e fu molto popolare tra eruditi e dotti cristiani, curiosi di apprendere una tecnica che veniva impiegata per la divinazione. Nel caso di Zasio, serviva per la composizione di poemetti e brevi testi in versi che avrebbero contenuto previsioni e profezie. Zasio raccontò di aver faticato a imparare a utilizzare questo sistema di scrittura automatica, che consisteva nel ricorso a due grandi tabelloni numerici. Le cifre erano disposte in un ordine apparentemente casuale, ma secondo Zasio, Treves gli aveva insegnato a tracciare dei percorsi e ottenere una serie di somme e risultati che venivano poi associati a parole o sillabe, ricavando così i testi poetici. Zasio utilizzò molto questo sistema, dicendo di aver composto più di cinquantamila versi in volgare, in latino, in francese e in lingue che conosceva a malapena come il greco e i volgari balcanici.


2. Giovanni Battista Piazzetta, L’Indovina, 1740-1745. Fonte: http://gallerieaccademia.it/lindovina

Il sistema veniva utilizzato da Zasio per rispondere ad alcune domande circa i segreti nascosti da alcune persone: talvolta permetteva di trovare dei rimandi a opere di autori classici, passi della bibbia o autori contemporanei. Zasio continuò per molto tempo a usare questa tecnica, anche se già nel 1719, parlando con un cappuccino del convento del Redentore della Giudecca, per la prima volta fu messo in guardia. Il frate sospettava che il metodo magico non fosse altro che un raffinato travestimento per un’invocazione del demonio. Dopo essersi consultato col proprio confessore, Zasio si impegnò a smettere e non usò più la cabala, almeno a partire dal 1725. Fu probabilmente per spinta del suo direttore spirituale che confessò anche di averla insegnata ad alcuni altri feltrini, come Giovanni Battista Norcen e il nobile Antonio Sanguinazzi. Nel corso dell’autunno, il vescovo Suarez, dopo aver consultato la Congregazione del Sant’Uffizio, impose a Zasio l’abiura de vehementi, cioè la più forte, consistente in una ritrattazione delle proprie opinioni e in una serie di pratiche penitenziali.


Il curioso episodio venne trascritto dalle carte dell’archivio diocesano dall’erudito feltrino Antonio Vecellio (1837-1912), sacerdote, canonico del Duomo, più famoso per essere l’editore della Storia di Feltre di Antonio Cambruzzi. Inserito nel IV volume dell’opera, in cui Vecellio si proponeva come continuatore della storia di Cambruzzi, il racconto serviva all’autore per mostrare come l’Inquisizione, al contrario di quanto avevano detto i suoi detrattori, fosse stata benevola con i propri imputati e come, invece che propagandare l’oscurantismo e l’ignoranza, avesse combattuto la superstizione. Dalla leggerezza del caso Vecellio ricavava l’impressione che il territorio feltrino non avesse conosciuto grandi e drammatiche esperienze di dissenso religioso. Vecellio, esponente di un cattolicesimo moderato e liberale, voleva così cercare di fare concordare le idee di progresso sociale con la difesa dell’ortodossia e della memoria storica dell’opera della chiesa. Lo faceva per mettere ai margini sia l’anticlericalismo, sia le tendenze intransigenti di parte del clero. Gli sforzi di costruzione della civiltà moderna, insomma, e la lotta all’ignoranza e alla magia, avrebbero dato buoni risultati solo se chiesa e stato avessero collaborato. Mancano commenti o riferimenti polemici agli ebrei: il generale tono conciliante di Vecellio si rivolge alla superstizione e alla creduloneria tipica anche dei dotti. Non sono espressi giudizi di sorta sulla frequentazione di ebrei e sugli interessi di Zasio per la cultura ebraica.

[DAN]

NOTE

[1] Vecellio A., Storia di Feltre in continuazione a quella del padre maestro Antonio Cambruzzi di don Antonio Vecellio dedicata al commendatore Cesare Cantù, vol. IV, Feltre, 1877, pp. 131-137.

 

BIBLIOGRAFIA E FONTI

Barbierato F., Nella stanza dei circoli. Clavicula Salomonis e libri di magia a Venezia nei secoli XVII e XVIII, Milano, 2011.

Vecellio A., Storia di Feltre in continuazione a quella del padre maestro Antonio Cambruzzi di don Antonio Vecellio dedicata al commendatore Cesare Cantù, vol. IV, Feltre, 1877

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