Se dovessimo fare una classifica dei Bellunesi più noti, Carlo di Rudio sarebbe sicuramente tra i primi cinque: dopo decenni passati nel dimenticatoio, infatti, negli ultimi anni la sua storia è diventata nota, grazie ad alcuni interventi televisivi e contenuti online. L’occasione che ha però probabilmente innescato il recupero della memoria di questo avventuroso personaggio è stato il convegno svoltosi a Belluno nel 1996 "Carlo Camillo di Rudio: un bellunese negli Stati Uniti d'America nel 120° anniversario della battaglia di Little Bighorn". Da questo convegno, oltre ad altri contributi, nasce il libro Dal Piave al Little Bighorn. La straordinaria storia del Conte Carlo Camillo di Rudio di Cesare Marino, [1] fonte principale di questo post.
La storia personale di Rudio, già di per sé molto ricca, è anche un mosaico formato da pezzetti di tante altre storie locali, nazionali e internazionali: quella di Belluno nell' Ottocento, del Lombardo Veneto e delle Guerre d'indipendenza italiane, dei moti rivoluzionari del 1848, della complessa compagine politica dell'Europa dell'epoca, della Repubblica romana, degli ideali mazziniani, delle fitte reti internazionali di sovversivi, delle colonie nel Nuovo Mondo. Ma anche degli USA, della loro formazione, della politica e dei conflitti tra gli alti ranghi militari, della repressione delle popolazioni native e infine degli emigrati italo-americani. Evidentemente ci vorrebbe un'intera collana di libri per parlare in maniera approfondita di tutto ciò. Noi ci limiteremo a seguire le avventure del nostro conte che non conta, a cavallo dei confini e dei continenti, cercando di mantenere uno sguardo quanto più neutrale e oggettivo sulle vicende storiche trattate.
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| Carlo di Rudio poco dopo la promozione a tenente del 7° cavalleria, 1875 (Little Bighorn Battlefield Monument, Montana) |
1. Di Rudio origins
Dunque, cominciamo. Carlo Camillo di Rudio (detto “Moretto” per via della sua carnagione scura) nacque a Belluno il 26 agosto 1832 da famiglia della piccola nobiltà bellunese. Il padre era il conte Ercole Placido e la madre la contessa Elisabetta de Domini; passò i primi anni di vita presso la villa di famiglia a Sala di Cusighe. Ebbe un'infanzia molto libera e la sua educazione fu divisa tra gli ideali mazziniani e repubblicani del padre e l'addestramento militare impartitogli dal nonno materno, colonnello di fanteria dell’esercito austriaco. Un’altra figura importante per la sua formazione fu il sacerdote cattolico Sebastiano Barozzi, anche lui patriota di ispirazione repubblicana. Dall'età di tredici anni frequentò il Collegio Militare di San Luca di Milano (ora scuola militare Teulié) insieme al fratello Achille. Nel marzo del ‘48 i cadetti dell’istituto furono coinvolti nelle 5 giornate di Milano, ma, data la loro giovane età e il loro status, furono fatti evacuare e inviati in direzione delle Fortezze del Quadrilatero. [2]
A seguito di due violente scene di aggressione e omicidio di due donne a cui assistettero durante la fuoriuscita dalla città per mano di alcuni soldati imperiali (parte delle milizie croate), lui e il fratello decisero di disertare e passare alla fazione opposta. Ma cosa si intende per “fazione opposta”?
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| Assalto agli archi di Porta Nuova - Per l’inaugurazione del monumento delle Cinque Giornate a Milano |
Un po' di contesto: il 1848 fu un'anno particolarmente turbolento in un secolo già turbolento di per sé in Europa, ovvero l'anno della cosiddetta Primavera dei popoli (da qui l’espressione “fare un Quarantotto”).
E Belluno? Durante i secoli d'antico regime, la Provincia di Belluno non esisteva. È stata infatti costituita prima nel 1803 (come capitanato Austriaco comprendente il Feltrino, il Bellunese e il Cadore) e poi definitivamente nel 1806, durante la riconquista di Napoleone Bonaparte di una porzione dei territori Italiani, aggregando zone diverse in un unico “Dipartimento della Piave”. Dopo la Restaurazione (la definitiva sconfitta di Napoleone, la disgregazione del suo impero e il Congresso di Vienna nel 1815) con l'integrazione del Nord Est nell'Impero Austriaco e l'istituzione del Regno di Lombardo Veneto, tutto il territorio tornò all’Austria e Belluno fu confermata capoluogo. [3] Questi sono anni di grande incremento demografico e di sviluppo urbano e culturale per la città, e per approfondire l’argomento vi consigliamo l’articolo di Paolo Conte citato qui nell’ultima nota.
2. Tumulti quarantottini
Di Rudio crebbe e si formò militarmente sotto l'Impero: la sua famiglia era formalmente suddita dell’Imperatore, anche se in realtà fu lo stesso padre Ercole il primo ad aderire agli ideali mazziniani e a essere amico e sostenitore di Pier Fortunato Calvi. Chi in questo periodo si opponeva al governo dell’Austria (duro nella repressione del dissenso ma sicuramente non reazionario tanto quanto altri Stati restaurati) era generalmente parte della borghesia medio-alta e parte del notabilato cittadino, e poteva avere vari interessi per farlo. Non si combatteva necessariamente per la liberazione dei territori considerati italiani per poter aspirare infine all’unificazione di una nuova nazione. Però, nell’Italia, nella Repubblica e nelle libertà Carlo ci credeva, come tanti altri giovani volontari provenienti da varie aree del Lombardo Veneto, dello Stato Pontificio e da tutti gli altri staterelli della Penisola. L’ondata di sollevazioni popolari del ‘48 ebbe tra le sue conseguenze la prima Guerra d’indipendenza italiana e alcune esperienze di autonomie rivoluzionarie come la Repubblica di San Marco (17 marzo 1848 - 22 agosto 1849), e la Repubblica Romana (9 febbraio 1849 - 4 luglio 1849). Durante il ‘48 e la prima Guerra d’indipendenza a capo delle forze imperiali in Italia c’era il noto feldmaresciallo Josef Radetzky, la cui repressione delle sollevazioni non fu esattamente delicata.
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Ritratto di Johann Josef Wenzel Graf Radetzky von Radetz, Georg Decker, 1850 circa |
Dopo la sanguinosa esperienza milanese, dove il giovanissimo di Rudio si sporcò le mani uccidendo un soldato asburgico come vendetta per i soprusi a cui aveva assistito, i cadetti come lui e il fratello Achille sarebbero dovuti essere spostati a Graz. Fu però loro concesso di rincasare a Belluno. Ricordiamo che siamo ancora nel bel mezzo dell’esperienza rivoluzionaria della Repubblica di Venezia di Daniele Manin, e per questa si sono già svolte delle battaglie in difesa del Cadore capitanate da un altro soldato che aveva disertato l’esercito austriaco, ovvero Pier Fortunato Calvi, di Briana di Noale (no, Calvi non era bellunese).
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| Pier Fortunato Calvi |
I due inseparabili fratelli uscirono da Belluno e raggiunsero presto Venezia, ospitati da Calvi. Qui i ragazzi si distinsero, combattendo col grado di sergenti, per risolutezza e valore, anche se Achille morì presto di colera, lasciando il fratello con un grande vuoto. Un’altra cosa per cui si distinse il Moretto è però il suo carattere indomito, e questo gli costò nel ‘49 di finire imprigionato per insubordinazione. Fuggì subito, e, non potendo continuare a stare in laguna, si aggregò con altri giovani combattenti per andare a dare man forte a Roma, avendo avuto notizia della cacciata del papa e della proclamazione della repubblica.
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Proclamazione della Repubblica romana, Antonio Balbani, 1860 |
3. Alla difesa di Roma
Non è questa la giusta sede per approfondire la vicenda della Repubblica romana, vi basti sapere che si trattò di un tentativo di rivoluzione e di costruzione di uno stato democratico nel cuore dello Stato Pontificio durato pochi mesi a causa anche dell'intervento dell'esercito francese di Napoleone III. E poi c'erano tutti, ma proprio tutti: Mazzini, Garibaldi, Mameli, l'anarchico Carlo Pisacane, i fratelli Dandolo, Nino Bixio ... e, infatti, non mancava il nostro Carlo. Noi vi consigliamo vivamente di approfondire questo argomento, magari partendo dal documentario in due parti prodotto di recente dalla RAI. [4] Vi raccontiamo un episodio particolare della vicenda del nostro, che, lo ricordiamo, all’epoca aveva 16 anni. Garibaldi aveva fermato le truppe Borboniche (la Repubblica nella sua breve vita fu attaccata più volte su più fronti) a Palestrina e Velletri, e Carlo partecipò a questi scontri nelle fila della “Compagnia dei ragazzi”, composta da garibaldini tra i 12 e i 16 anni. A soccorrere il generale a Velletri furono proprio loro, e Garibaldi, volendo esprimere la propria gratitudine, li andò a trovare la sera. Riportiamo le parole di Rudio stesso: «quell’uomo, tanto terribile quando tuonava il cannone, mi strinse bonariamente la guancia. Di questa specie di codicillo all’episodio, adesso sorrido; ma allora… sentii come svaporare tutto quanto d’eroico supponevo in me.»[5]
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La sentinella, 1851, Gerolamo Induno, Gallerie d’Arte, Milano |
4. In fuga dall’Italia
All'ineluttabile sconfitta della Repubblica, molti fuggirono verso lidi più sicuri; Garibaldi, Anita e il loro seguito a San Marino (che comunque presto capitolò); il Moretto, dopo varie peregrinazioni, a Genova, che all’epoca si trovava sotto il Piemonte. Lì fu contattato dal padre, che era riuscito a trovargli un posto nelle file dei Bersaglieri piemontesi, dove lo avrebbe accolto a braccia aperte La Marmora stesso. Lui però rifiutò, non ritenendo il Regno di Sardegna degno di fiducia per due ragioni: la prima che Mazzini e Garibaldi erano lì ricercati; la seconda l’abbandono di Milano al suo destino l’anno precedente.
Decise invece di tentare la fuga nelle Americhe, assieme ad altri garibaldini. L’imbarcazione però naufragò nei pressi di Cartagena, in Spagna. Di lì, assieme a un altro astutissimo garibaldino, tale Trolli di Varese, risaliranno prima la Penisola Iberica e poi la Francia spacciandosi per preti fuggiti dall’Italia in tumulto, snocciolando fior fior di latino ecclesiastico per rendere la messa in scena più credibile.
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| Napoleone III, 1860 circa, Mayer & Peirson |
Giunsero a Parigi nel 1851 per prendere parte alla resistenza contro Luigi Napoleone (nipote di Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III) che, eletto presidente della Repubblica del 1848, stava ormai alacremente lavorando per farla cadere nel tentativo di diventare imperatore. Nelle vicende del suo colpo di stato del 2 dicembre 1851 in cui disciolse l’assemblea nazionale (di fatto la repubblica fu ufficialmente destituita solo un anno dopo), Rudio e Trolli furono beccati a lavorare per gli oppositori del regime, i “clubisti giacobini”. Arrestati per breve tempo e poi fuggiti grazie alla grande e feroce confusione che regnava in città in quelle giornate, raggiunsero prima Berna in Svizzera e infine Varese.
5. Ritorno in Italia e gli anni di resistenza Mazziniana
Rimasto a Varese per un breve periodo (Trolli per coprire Rudio aveva raccontato alla propria famiglia che si trattava di un vecchio amico miracolosamente resuscitato!!), Carlo si recò prima a Genova e poi a Torino, dove aveva saputo essere in esilio i suoi vecchi amici Barozzi e Calvi.
L’eroe del Cadore viveva assieme all’ex colonnello ungerese István Türr, in condizione di dignitosa indigenza. Oltretutto, Rudio appena lo rincontrò ebbe una brutta sorpresa: Calvi, il suo comandante e amico di famiglia, lo aveva accolto a braccia conserte e con diffidenza. La polizia austriaca aveva infatti messo in giro tramite spie delle voci calunniose, al fine di disgregare la rete rivoluzionaria: che lui fosse una spia per conto degli austriaci stessi, che avesse voltato le spalle ai suoi compagni dopo la fuga da Venezia (di lui, dopo tutto, si erano perse le tracce). Fu facile dipanare la questione e smentire le accuse, ma questa purtroppo non fu che la prima volta in cui il nostro fu costretto a far fronte a tali delazioni. Si noti inoltre la facilità con cui le informazioni viaggiavano, anche se segrete e a grande distanza e con le difficoltà e i rischi dati dalla polizia e dai regimi; a facilitare tutto questo c’erano le reti di cospiratori e/o rivoluzionari che si trovavano sparpagliate per tutta Europa e trascendevano non solo i confini, chiaramente, ma anche le appartenenze identitarie nazionali.
Di lì a poco partì l’organizzazione di una nuova cospirazione mazziniana, con l’intento di causare una sollevazione generale in Nord Italia, con epicentro Milano. Il compito che era stato dato al Moretto era di viaggiare per il Lombardo-Veneto per contattare i principali capi mazziniani delle città e trovare informazioni utili sullo stato delle truppe imperiali. Partì presto da Torino e completò egregiamente la sua missione (se si escludono le ennesime notizie false diffuse su di lui dagli austriaci) viaggiando fino al Friuli e toccando nel mezzo i seguenti centri: Stradella, Milano, Como, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Udine, e poi di nuovo Stradella. Eluse le guardie imperiali con fughe acrobatiche e rocambolesche, e incontrò anche personaggi del calibro di Nino Bixio e dell’ungherese Lajos Winkler.
Mentre i preparativi in Italia fremevano, Mazzini dava ordini da Londra, dove era tornato dopo l’esperienza della Repubblica romana, e da lì si coordinava con i suoi comandanti come Calvi e Felice Orsini, personaggio già presenta a Venezia nel ‘48 che rincontreremo presto nella nostra storia. Purtroppo, però, le notizie delle violente esecuzioni avvenute a Mantova nel ‘52 (dei primi “Martiri di Belfiore”) avevano scoraggiato molti, tra cui la borghesia milanese. Avvenne così che le complesse operazioni che dovevano deflagrare contemporaneamente nel febbraio del ‘53 furono molto indebolite (anche per altre ragioni si intende), e molti tra Canton Ticino (dove aveva operato Di Rudio) e Milano furono arrestati e addirittura giustiziati. Nel complesso, l’operazione fu un grande fiasco e persino la figura di Mazzini come capo morale delle sollevazioni ne uscì molto indebolita.
Carlo fu processato a Locarno ed espulso dalla Svizzera, e dovette recarsi a Londra. Qui grazie a Mazzini trovò lavoro come giardiniere nell’aprile del ‘53 presso la tenuta di un altro italiano, Luigi Pianciani. Intanto però Mazzini, il Maestro, stava già riorganizzando dei nuovi moti nelle Alpi, e Rudio fu naturalmente subito convocato. Il suo scopo era di preparare il terreno per la sollevazione a Belluno e in Cadore, e questa sarebbe stata l’occasione giusta per rivedere finalmente la sua famiglia, anche se in gran segreto. Viaggiò da Londra, passando di nuovo per la Svizzera, fino a Segonzano in Val di Cembra (Trentino), da dove poi avrebbe risalito i monti fino in Agordino, nel settembre del ‘53; il tutto a piedi e clandestinamente, si intende.
Quasi niente però andò secondo i piani: per quanto il padre Ercole e la sorella Luigia fossero anche loro alleati della causa, temevano davvero troppo per Carlo e assieme al sacerdote Barozzi fecero di tutto per dissuaderlo; rive anche la madre, che lo andò trovare al suo nascondiglio in lacrime, riuscendo appena a parlargli. Le forze comunque non erano sufficienti per organizzare la suddetta sollevazione e nel frattempo Calvi con la sua milizia era stato beccato mentre si avvicinava a Belluno in possesso di carte che lo identificavano e incriminavano inconfutabilmente. Anche Rudio stesso fu quasi arrestato, ma fortunatamente riuscì a fuggire, di nuovo. La famiglia, Barozzi e Calvi furono tutti imprigionati a Mantova, e Calvi fu giustiziato il 4 luglio 1855, finendo così nel novero dei Martiri di Belfiore, unico che pagò con la vita, per tutti.
Di nuovo in fuga, ostacolato gravemente dalle calunnie sul suo conto sparse tra i compagni dalle spie austriache, Rudio passò qualche tempo a Parigi, in completa povertà. Mazzini stesso era stato influenzato da tali voci, e Rudio dovette innanzitutto riappacificarsi con lui, a cui da parte sua imputava la responsabilità per la morte di Calvi e la scarsa fiducia nei suoi confronti. Assieme a Felice Orsini ritentarono di nuovo una sollevazione in Valtellina, che fallì. Arrestato e processato di nuovo in Svizzera, Rudio fu poi di nuovo espulso, ancora una volta a Londra.
6. Londra, Nottingham e Felice Orsini
Il nostro Carlo si stabilì per qualche tempo proprio Londra, dove, barcamenandosi tra un lavoro e l’altro (passò dal fare l’operaio, all'insegnante di lingue, al corista), fu ospite di nuovo presso una famiglia di generosi connazionali. Loro nipote era l'operaia adolescente Eliza Booth, sua futura moglie e compagna di una vita, che a caparbietà e anticlericalismo non era da meno del marito. Dopo un periodo di indigenza, di scaramucce, di nuove accuse di essere spia (questa volta francese!) e addirittura un periodo da marinaio in Oriente, trovò finalmente un po’ di stabilità con la moglie a Nottingham, lavorando di nuovo come insegnante di italiano. Il Moretto però, con tutti i tumulti che agitavano il continente, non era capace di starsene buono a fare vita domestica, e presto si fece coinvolgere in una rete di rivoluzionari che cospirava contro Napoleone III. Tra i vari motivi dell’odio diffuso per il regnante c’era il suo intervento militare che aveva fatto cadere la Repubblica Romana nel ‘49. A capo di questa emergono i nomi dello sfuggente medico francese Simon François Bernard, oppositore al regime con i clubisti giacobini e di Felice Orsini.
Non possiamo non spendere due parole su Felice Orsini, che nella costellazione di personaggi del Risorgimento italiano fu uno dei più controversi e può essere considerato nel senso moderno del termine come uno dei primi "terroristi". Romagnolo, anticlericale, attivo per l’indipendenza della sua terra dallo Stato Pontificio, da sempre una persona incline alle forme più violente di resistenza, prima è mazziniano ma poi si allontana dal Maestro sentendo la necessità di compiere azioni più significative ed efficaci. Era evaso da Mantova nel marzo del ‘56 ed era anche lui riparato a Londra. Fu lì che avvenne la definitiva rottura con Mazzini, che il romagnolo riteneva troppo teorico e poco risoluto. Allontanatosi da lui e ignorato da Cavour, a cui aveva tentato di offrire i suoi servigi, decise di dedicarsi all’attività sovversiva fuori dai confini della Penisola. Da questo e altri antefatti (si guardi il fallito attentato all’Imperatore di Paolo Tibaldi), si iniziò a configurare un piano d’azione «moderno, grandioso, terribile». [6]
7. L’attentato a Napoleone III
Ufficialmente a capo della rete coinvolta nel complotto ci fu proprio Orsini. Dopo settimane di preparativi a cavallo della Manica e sopralluoghi nella capitale francese, gli ordigni al fulminato di mercurio furono fatti esplodere a Parigi il 14 gennaio 1858, nel tentativo di uccidere l'Imperatore e la moglie. La coppia si trovava nella carrozza blindata che stava raggiungendo la folla accalcata attorno all’ Opera Le Peletier. I due sopravvissero grazie al mezzo blindato su cui si trovavano (e il fatto che lo fosse è molto eloquente), ma ci furono 8 morti e 156 feriti. Lo svolgimento dei fatti e i nomi di chi era effettivamente coinvolto ad oggi non sono ancora chiari e si continuò a discuterne per anni sui giornali. Quello che è certo e utile sapere per noi è che Rudio era uno dei tre attentatori che lanciarono gli ordigni, perché lui stesso lo racconta nelle sue memorie. Il sopracitato Bernard invece, si era astutamente allontanato dall’impresa prima senza nemmeno arrivarci in Francia, abbandonando i compagni.
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| L’attacco fallito di Felice Orsini all’imperatore Napoleone III, H. Vittori Romano, 1862 |
Si può dire che questo sia stato uno dei primi attentati terroristici nell’accezione moderna del termine. Sappiamo che l’intento di Orsini infatti non era semplicemente uccidere il sovrano, ma ricercare lo spettacolo, il frastuono, il caos. La vicenda, molto complessa, è ben sviscerata nel libro di Marino, al quale vi rimandiamo. [7]
Al processo furono condannati Felice Orsini, romagnolo, Giovanni Andrea Pieri, lucchese, il nostro Carlo di Rudio (il più giovane tra i coinvolti, a 26 anni) e Antonio Gomez, napoletano: tutti italiani, ma tutti provenienti da Stati diversi (l’unificazione era ancora di là da venire). I primi due vennero giustiziati, mentre Rudio e Antonio Gomez vennero salvati poco prima della ghigliottina, per intercessione dell’Imperatrice e grazie alla lettere di supplica scritte da Rudio stesso. Iconica la scena in cui la sua esecuzione viene interrotta ad un passo dal patibolo, mentre lui si stava fumando la pipa per quella che credeva sarebbe stata l’ultima volta.
8. L’arresto e la prigionia in Guyana
Questa grazia fu una magra consolazione, perché il nostro finì prima a Tolone e poi nella colonia penitenziaria della Caienna, in Guyana Francese, insieme al complice Gomez. Ad alcuni potrebbe ricordare qualcosa: si tratta della stessa ambientazione della storia di Papillon. E, proprio come nel romanzo/film, Carlo riuscì ad organizzare con successo una fuga! Ma non fu facile. Quasi due anni di lavoro forzato, soprusi, epidemie, clima e ambiente inospitali, spostamenti da un carcere all’altro e l’isolamento delle strutture rendevano non solo difficile la fuga, ma la sopravvivenza stessa. Senza tenere conto dei racconti di chi aveva provato a fuggire ed era perito nel farlo.
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| Penitenziario a la Caienna |
Riuscì infine a fuggire, rubando una barca di pescatori in dotazione al penitenziario dell’ Île Royale assieme ad alcuni complici e navigando fino alla Guiana inglese. Qui il Conte fu ben accolto dalle autorità e con uno stratagemma del governatore inglese (Carlo era comunque ancora ricercato dalle guardie del carcere della Caienna) fu rispedito in Inghilterra dalla moglie, a cui nel frattempo era giunta non una ma ben due volte la notizia che lui fosse morto. Una volta tornato, per mestiere fece il conferenziere (cosa che non era infrequente per chi aveva fatto viaggi e vissuto avventure all’epoca) ma chiaramente non si trattava di un’attività che potesse assicurare grande stabilità economica alla giovane famiglia, che nel frattempo stava crescendo. Per lui inoltre non sarebbe mai stato pensabile perseguire la carriera militare in Europa, sicuramente non dopo i fatti di Parigi e la prigionia. Nel 1864 si imbarcò quindi per New York, dotato di una lettera di raccomandazione firmata da Mazzini stesso.
9. Guerra civile americana, 7° cavalleggeri e vita militare
Stati Uniti d’America, dunque, che all’epoca erano in piena Guerra di secessione (12 aprile 1861 - 23 giugno 1865) e avevano una grande necessità di militari con esperienza. Col suo imperturbabile spirito e una lettera di raccomandazione il nostro trovò presto i contatti giusti a Brooklyn per ricevere un incarico militare, anche se non subito da ufficiale. Nonostante fosse stato infatti introdotto e ben accolto a Washington da importanti funzionari del governo e della Union Army, data la complicata situazione militare nessuno aveva avuto davvero tempo da dedicargli. Inoltre, si trattava pur sempre di una persona controversa a causa del suo coinvolgimento nell’attentato a Napoleone III, e per questo fu costretto ad arruolarsi come soldato semplice e ricominciare la carriera daccapo. Oltre a queste difficoltà, l’indigenza e il carico emotivo per la separazione forzata dalla famiglia, il 28 aprile 1863 muore sua madre, anche lei in povertà. In breve tempo fu raggiunto però da Elyza e dai figli e nel ‘66 riuscì a ottenere anche la cittadinanza americana.
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Disegni di Red Horse della battaglia di Little Bighorn, fonte: https://www.farwest.it/?p=18140
Nel ‘64 riuscì a farsi arruolare come volontario in un reggimento di fucilieri, e poi come sottotenente del 2° Reggimento Fanteria di Colore, insieme ai soldati afroamericani, combattendo principalmente Ruolo che invece molti nell’esercito Yankee (che pure era per l’abolizione della schiavitù) rifiutavano per razzismo. Anche qui, si distinse per il suo valore sul campo e fu chiamato diverse volte a difendere la popolazione di colore dai vigilantes bianchi.
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| Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Di_Rudio.jpg |
Finita la guerra, con qualche difficoltà entrò poi nel 7° cavalleria (quello del generale Custer, per capirci), e vi prestò servizio per 27 anni. Con loro combatté notoriamente a Little Bighorn (25 luglio 1876), dove fu uno dei pochi ufficiali dell’esercito statunitense a sopravvivere (cosa che come abbiamo visto gli veniva molto bene), e poi successivamente molte altre battaglie nelle ultime fasi delle Guerre indiane.
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| Toro Seduto fotografato da David F. Berry, 1883 circa |
La vicenda delle Guerre indiane è molto complessa, come lo è la storia della sua carriera all’interno dei ranghi dell’esercito statunitense. Per un approfondimento vi rimandiamo di nuovo alla lettura del libro di Marino. Sappiate solo che non fu sempre amato e ammirato dai colleghi, che ben sapevano della vicenda dell’attentato, e comunque non avevano grandi simpatie per un emigrato italiano. Lo vedeva di malocchio sia chi ci credeva, alle sue storie, sia chi pensava che avesse inventato tutto e che fosse un impostore. Fu poi messo in dubbio il suo effettivo valore durante lo svolgimento della Battaglia di Little Bighorn, come emerge dal processo, dagli articoli di giornale e dalla corrispondenza dei colleghi. Prima della battaglia poi, in una lettera tra il generale Alfred Terry e il maggiore Marcus Reno, il primo lo definì per spregio Conte che non conta, (il gioco di parole funziona anche in inglese). [8]
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| Colline a nord del fiume Little Bighorn, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4357252 |
Passò l’ultima parte della sua vita a Pasadena, Los Angeles, insieme alla moglie e alle figlie, ma non furono sempre anni tranquilli. Durante la sua carriera militare negli USA e poi durante la pensione, si ritrovò molte volte a dover difendere non solo le sue azioni, ma anche la sua stessa identità, messa in dubbio da giornali americani e italiani. Carlo di Rudio infatti non poteva non risultare un personaggio controverso, e la sua storia era così incredibile che pareva già all’epoca troppo eccentrica per essere vera. Dal 1910, anno della sua morte, si trova sepolto al San Francisco National Cemetery, e non rivide più la sua amata Italia, patria per cui aveva lungamente combattuto in gioventù.
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| Tomba di Carlo di Rudio, U.S. Department of Veterans Affairs |
Rimane comunque da chiedersi se una vita così avventurosa e movimentata fosse davvero così tanto fuori dal comune nel XIX secolo; invero, storie simili non sono affatto infrequenti. Il mondo all’epoca era in realtà quasi totalmente globalizzato e informazioni e persone viaggiavano molto più rapidamente di quello che oggi si potrebbe pensare. Ciò che nella storia di Carlo di Rudio risulta davvero eccezionale è la sua inscalfibile tempra, che, unita al suo coraggio e alla sua voglia di combattere, gli permise non solo di sopravvivere a decine di situazioni estreme, ma anche di trovarsi al centro di tantissimi eventi della piccola e grande storia che scorrevano attorno a lui.
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| Il vecchio "Charles de Rudio" in uniforme. Fonte: Denver Library Digital Collections |
A cura di [Giot]
Ecco un piccolo supporto cartografico digitale per vedere da più vicino parte delle peregrinazioni rudiane
NOTE
[1] Marino C., Dal Piave al Little Bighorn. La straordinaria storia del Conte Carlo Camillo di Rudio, Belluno, 2010
[2] Il noto sistema difensivo austriaco articolato tra le quattro fortezze di Peschiera del Garda, Mantova, Legnago e Verona.
[3] Conte 1999, p. 309.
[4] Fidatevi è veramente bello: https://www.raiplay.it/programmi/repubblicaromana1849unromanzodavventura?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_prg_RepubblicaRomana1849Unromanzodavventura.
[5]Crespi 1913, p. 28
[6]Marino 2010, p. 119
[7] Ivi, pp. 111-166
[8] De Sandre 2014, p. 53.
SITOGRAFIA
https://www.nps.gov/libi/learn/photosmultimedia/photogallery.htm
https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.com/2018/01/di-rudio-il-bellunese-che-combatte-con.html
https://www.italianidifrontiera.com/2008/03/18/carlo-di-rudio-un-forrest-gump-del/
















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