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Provincia di Belluno annessa all’Austria!


Dopo anni di battaglie, i bellunesi hanno infine raggiunto la tanto agognata autonomia, andando forse un po’ oltre: invece di diventare la terza provincia del Trentino-Alto Adige, infatti, Belluno risulta essere ora il decimo dei Länder austriaci. Conseguentemente, sono stati ripristinati gli antichi toponimi tedeschi.

Nei prossimi giorni verranno aggiornati i documenti ufficiali e la cartellonistica, ma, nel frattempo, la nostra testata ha ottenuto in anteprima il Prontuario per l’Alta Piave, redatto dallo studioso austriaco Hektor Ptolemäus, contenente la traduzione di tutti i nomi dei nostri villaggi, paesi e città. Eccone alcuni esempi:

  • Agordo → Agarten

  • Ampezzo → Hayden

  • Auronzo → Obrentsch

  • Belluno → Sibidat

  • Caprile → Gafril

  • Danta→ Anten

  • Feltre → Felters

  • Livinallongo → Buchenstein

  • Pieve di Cadore → Pleif im Kadober

  • Ponte nelle Alpi → Plasbruck

  • Quero → Gewer

  • Rocca Pietore → Rukepraun

  • Santa Croce → Heiligkreuz

  • Valle di Cadore → Sankt Martin im Kadober

Bello no? Sì, ma, come forse i più smaliziati di voi lettori avranno intuito, si tratta naturalmente di una burla, almeno in parte. Certo la Provincia di Belluno non è stata annessa all’Austria, ma questi toponimi non ce li siamo inventati: sono tutti veri esempi di “esonimi”, ossia nomi dati ai luoghi in una lingua diversa da quella usata da chi ci abita.

Iniziamo dicendo che in passato i toponimi erano meno rigidi rispetto ad oggi. Innanzitutto, per tutto il medioevo e l’età moderna il nome di un luogo poteva essere scritto in innumerevoli varianti dai suoi stessi abitanti, spesso mescolando latino, italiano e lingua del posto; inoltre, era perfettamente normale per gli stranieri che dovevano parlare e scrivere di quella località elaborare il proprio toponimo. E questo non necessariamente per ragioni di nazionalismo o di orgoglio linguistico (concetti di cui probabilmente neanche si può parlare fino all’Ottocento), ma semplicemente per comodità, per poter usare una parola che suonasse più familiare nella propria lingua. In italiano abbiamo tanti esempi ancora in uso di questo fenomeno, come ‘Londra’ per ‘London’, o ‘Monaco’ per ‘München’, mentre altri sono stati abbandonati, come ‘Copenaga’ per ‘Copenaghen’ o ‘Bruggia’ per ‘Bruges’.

Questa flessibilità dei toponimi si mantenne fino al XIX secolo, quando lo sviluppo tecnologico e l’irrobustimento dello Stato permisero un maggior controllo del territorio, e anche una sua standardizzazione, riflessa, ad esempio, nei nomi ufficiali dei comuni, o nella cartografia militare. Fino a quel momento, tuttavia, generazioni di persone di lingua tedesca avevano avuto a che fare coi nostri territori, da secoli posti al confine tra mondo latino e mondo teutonico. I motivi per queste frequentazioni dell’attuale Bellunese erano innumerevoli: c’erano per esempio i pellegrini e i mercanti che viaggiavano tra Germania e Italia; gli amministratori e gli operai tedeschi richiamati per le loro competenze specifiche; i militari e i politici imperiali che dovevano governare o combattere nei nostri territori. È quindi perfettamente normale che tutte queste persone, col tempo, sviluppassero dei nomi più consonanti alla propria lingua quotidiana per indicare i luoghi di queste terre romanze.



Nella maggior parte dei casi, il nome tedesco è un semplice adattamento di quello italiano, come succede in ‘Agarten’ per ‘Agordo’, in ‘Obrentsch’ per ‘Auronzo’, in ‘Felters’ per ‘Feltre’. Talvolta questi adattamenti rimandando a denominazione italiane che col tempo sono cadute in disuso: è il caso di ‘Sibidat’ per ‘Belluno’, che deriva dal nome alternativo con cui la città è stata chiamata per secoli: ‘Cividal (di Belluno)’ [1]. In certi casi si tratti di veri e propri “calchi linguistici”, cioè quei termini coniati riprendendo le strutture della lingua di provenienza. È il caso, ad esempio, di ‘Heiligkreuz’, che traduce letteralmente “Santa Croce”.

Ci sono poi ipotesi in cui i toponimi tedeschi hanno origini completamente diverse da quelli italiani, come ‘Buchenstein’ per ‘Livinallongo’ o ‘Hayden’ per ‘Ampezzo’. Infine, in certi casi le due versioni condividono le stesse radici, ma si sono evolute in modi leggermente diversi: è quello che si verifica in ‘Plasbruck’, che ha la medesima etimologia di ‘Ponte nelle Alpi’ o ‘Capodiponte’ (il nome del Comune fino al 1867), rimandando al ponte (Brücke) sul Piave (Pladen).

Come detto, lo sviluppo e l’uso di questi esonimi riguarda tendenzialmente il periodo tra medioevo ed età moderna, per quanto in modo variegato. Alcuni sono regolarmente attestati nelle fonti, altri si trovano impiegati solo in determinati contesti o per un lasso di tempo più limitato. In ogni caso, la vitalità di questi termini si esaurisce tendenzialmente a partire dall’Ottocento. Vanno però segnalate alcune eccezioni, come Buchenstein e Hayden, che oggi sono ancora – se non di comune utilizzo – perlomeno conosciute.

Per concludere, anche da questo piccolo dato toponomastico emerge la complessità del nostro territorio, influenzato e sospeso da secoli tra realtà diverse; diversità che non bisogna temere, ma valorizzare come elemento di ricchezza. Lo spunto da cui siamo partiti oggi – l’annessione all’Austria – è certamente una burla, ma ci offre l’occasione per riflettere su quanto siano artificiosi i confini nazionali e le identità che talvolta si vogliono forzatamente costruire su di essi. E ci può rendere più coscienti di come anche un territorio apparentemente isolato come il nostro abbia una storia e un patrimonio culturale frutto dell’incontro, della contaminazione e dello scambio tra mondi diversi.



NOTE

[1] Non a caso anche Cividale del Friuli era nota in tedesco come ‘Sibidat’.


ICONOGRAFIA

Le immagini delle mappe sono tratte dal sito Historische Karten Tirol.


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