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Post 207 - Zia, zio

 


Questa puntata della rubrica ‘bada a come parli’ sarà un po’ diversa dal solito: siccome le varianti per “zio” e “zia”, tema di oggi, sono numerosissime e molto eterogenee, ci soffermeremo meno sulle particolarità fonetiche di ciascuna variante. 


Coglieremo invece l’occasione per approfondire le etimologie, e per  ri-diffondere la conoscenza di termini che purtroppo stanno uscendo dall’uso in diverse zone.


Il caso di ‘zio’ è abbastanza lineare: in tutti gli idiomi della provincia è diffusa la variante barba (barbä in Comelico Superiore). 




Da dove viene questa parola? Se avete pensato alla barba del viso avete indovinato: l’ipotesi ricostruttiva più accreditata è quella che vede il passaggio di significato attraverso l’idea di “uomo con la barba” – adulto quindi – come “uomo autorevole”, e quindi, in ambito familiare, “zio”.


In Ampezzo, però, la variante più diffusa per “zio” è babo, da associare all’italiano ‘babbo’. E per spiegare l’etimologia di questa parola è meglio ricollegarsi ad alcune delle numerose forme diffuse per “zia”.


Tata (Costalta, Ampezzo),  lalä (Dosoledo), néni (Padola), néne (Auronzo, Lozzo, Pieve di Cadore), iaia (Pieve di Cadore, Agordino), giaia (Agordino) ièia (Agordino, Bellunese-Feltrino in senso lato), come anche babo, sono parole distanti tra di loro ma che condividono un elemento: 


sono tutte formate raddoppiando una sillaba di facile pronuncia. Infatti hanno tutte variamente origine nel linguaggio infantile, ovvero quello che si usa in ambito familiare per parlare ai bambini nei primi anni di vita. Questo linguaggio può poi caricarsi di valore affettivo ed essere mantenuto anche oltre l’infanzia per riferirsi a figure come zie e zii.


Per “zia” esiste poi una seconda famiglia di varianti che derivano dalla parola latina amita(m), che in latino classico significava “zia materna”.


Con la distribuzione che vedete nella cartina abbiamo quindi àmeda (con la D interdentale dell’inglese ‘there’, tranne per una parte dell’Agordino), àmia, amdä, e poi méda, mëda e ràmeda.


Queste ultime tre sono un caso interessante di “discrezione dell’articolo”, ovvero di oscillazione nel dividere l’inizio della parola dall’articolo che la precede (come in ‘L’America – La Merica’). In méda e mëda la A iniziale è stata interpretata come parte dell’articolo, e quindi staccata dalla parola; viceversa in ràmeda invece è stato incluso l’articolo r’ (con rotacismo di L-).


Segnaliamo inoltre che, a fianco alle varianti locali, è stata poi importata dagli idiomi veneti di pianura la forma śio/śia (con la S sonora dell’italiano ‘asino’), molto diffusa ormai nel Bellunese-Feltrino e parzialmente in Agordino; principalmente a causa della pressione culturale di uniformazione all’italiano ‘zio/zia’.


Le forme śio/śia, al pari dell’italiano ‘zio/zia’, derivano dal latino tardo thium/thiam, parole di origine greca diffusesi progressivamente nei secoli dal Sud verso il Nord della Penisola, affiancandosi alle varianti locali anche in area veneta.


A cura di MUSLA e per CRODAP [Nic].


BIBLIOGRAFIA


PELLEGRINI, G. B. – SACCO, S., Il ladino bellunese. Atti del convegno internazionale (Belluno, 2-3-4 giugno 1983), Belluno, 1984.

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