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Post 201 - Abete rosso

 


L’abete rosso è la pianta con cui comunemente si fanno gli alberi di Natale che in questo periodo dell’anno abbiamo ovunque intorno a noi. Se nell’italiano comune si fa spesso confusione tra abeti rossi, abeti bianchi e addirittura tutte le specie della famiglia dei pini, negli idiomi del nostro territorio i termini per indicare le varie specie di conifere sono molto specifici, data l’importanza delle attività forestali nella sua storia.




Oggi vogliamo trattare proprio la parola che indica precisamente la specie Picea abies, appunto l’abete rosso.


Le varianti di questa parola hanno tutte come antenato comune il latino pìcea. Non nella sua forma femminile però. Nel latino volgare deve aver preso campo una forma maschile *piceum (in caso accusativo), che si è evoluta con la consueta caduta della -M finale e l’apertura di -I- in -E-: *peceu


Contestualmente la -C- “dura” (di ‘cane’) si è palatalizzata nella -C- “morbida” (di ‘cervo’), su attrazione della vocale -E- che segue, che è appunto una vocale palatale (ovvero pronunciata con la lingua accostata al palato anteriore, verso i denti, non verso la gola). La vocale finale è quindi caduta, portando con questo processo evolutivo alla forma pec, conservatasi tale a Laste.


Da qui l’evoluzione nei vari idiomi si è biforcata.


Spostandosi verso Livinallongo, la forma pec ha subito una mutazione della vocale in pëc (pronunciata con la stessa articolazione della -E-, ma arrotondando in aggiunta le labbra).


Tutte le altre varianti invece hanno conosciuto la dentalizzazione della -C in -Z (se provate a pronunciare questi due suoni sentirete che per passare dal primo al secondo si sposta la punta della lingua verso i denti). 



Questa variante ha però delle variazioni di pronuncia del suono -Z. Lo spostamento dell’articolazione di questo suono verso i denti si è spinta più avanti nel Bellunese e Feltrino, fino a diventare il suono interdentale [θ] (dell’inglese “thing”). Questa evoluzione si è affermata progressivamente meno risalendo l’asse del Cordevole. Abbiamo quindi:


  • Rocca Pietore e Colle Santa Lucia, le varianti più conservative, che hanno mantenuto il suono -Z [ts]

  • A Falcade un suono intermedio [s̪]

  • In Agordino [θ] come nel Bellunese.

  • Allo stesso modo la variante [θ] si è affermata anche lungo l’asse del Piave fino in Zoldo, Cadore e Comelico (ma escluso Ampezzo che conserva [ts]).


Gli altri idiomi hanno conosciuto invece una differente evoluzione, che passa per l’aggiunta del suffisso diminutivo -ol(o), anche nella variante con dittongo -uol(o). Pezól/pezuól infatti è affermato per esempio in Agordino col significato di ‘piccolo abete rosso’.


In area ladina cadorina però, la parola con diminutivo passa a significare solo “abete”. Da pezol, con la caduta della -L finale, abbiamo quindi:

  • La variante di Auronzo, che evolve le due vocali in pizió;

  • La variante di Dosoledo, che, perdendo la prima vocale non accentata, evolve in pzó.


Da pezuól, sempre con caduta di -L finale, abbiamo invece:


  • Pezuó, a Lozzo, Borca di Cadore, in Ampezzo;

  • Le varianti comeliane, che conoscono la caduta della -E- non accentata (come a Dosoledo) e differenti evoluzioni vocaliche del dittongo -UO- che evolve in:

    • pzuä a Padola;

    • pzö a Costalta;

    • pzé a Candide;


A cura di MUSLA e per CRODAP [Nic].


Bibliografia


PELLEGRINI, G. B. – SACCO, S., “Il ladino bellunese. Atti del convegno internazionale (Belluno, 2-3-4 giugno 1983)”, Belluno, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 1984.

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