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Post 89 - Balie da Latte

Cinque ragazze di Cirvoi a Milano, per gentile concessione di Aletheia - Centro studi sulle migrazioni ABM

« [...] c’era tutto l’inverno da passare e dico: "cosa mangiamo quest’inverno?". E allora l’unica risorsa era quella di dire: "Vado a fare la balia"»


Così un’ex balia da latte racconta la scelta, praticamente obbligata, di partire. Le donne partivano, tra Ottocento e prima metà del Novecento, per vari mestieri e destinazioni, e il fenomeno del baliatico ricadeva in queste esperienze di emigrazione come una parentesi dal difficile inquadramento. L’uscita dai propri territori per lavorare era spesso l’unica scelta possibile per la sopravvivenza, a cui veniva asservita anche la maternità. Le vie di reclutamento si muovevano spesso per contesti familiari e di vicinato, anche se esistette per un certo periodo una forma di "agenzie di collocamento” per balie.


«Anche mia madre è stata balia e ndove son ndata mi balia eran parenti di mia madre, dove era stata mia madre a Brescia. Era na tradissión, non era solo che el bisogno, l era na tradissión insoma anca un pò. Un lavoro piutosto che un altro».


 Sappiamo che fu di maggiore diffusione nella bassa provincia di Belluno, rispetto alle zone alte della stessa, ma non è facile avere dei numeri certi del fenomeno, perché nonostante i tentativi di regolamentazione da parte dello Stato, molte balie sfuggivano a controlli e permessi. Uno dei limiti era il dover aspettare almeno 5 mesi dalla nascita del proprio figlio prima di potersi recare nelle famiglie in cui si lavorava. Reclutate di solito poco prima del parto del bambino che avrebbero dovuto assistere e poco dopo aver partorito loro stesse, al momento della nascita del neonato da allattare partivano, lasciando i propri figli in cura a parenti e vicini. Spesso il figlio della balia moriva, anche a causa della mancanza di latte materno, sostituito con quello di mucca o di capra. La balia non veniva avvisata della morte del proprio figlio, per paura che lo shock portasse alla perdita del latte.


Questa forma di impiego era incentrata sul corpo della donna, a cui venivano dedicate infinite cure, con controlli medici, abbondanza di cibo, un vestiario particolare e un’accoglienza percepita a volte come fin troppo affettuosa, per garantire il più possibile la produzione di latte, che passava obbligatoriamente per il benessere della donna. I bambini che venivano affidati alle balie, prevalentemente figli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia cittadina del Centro Nord, venivano da queste cresciuti in toto, fino a che esse ne diventavano una sorta di madri surrogate. I vari passaggi della crescita del bambino venivano sanciti con doni alle balie, che spesso continuavano anche dopo la fine del rapporto di lavoro.


Una parte del mondo cattolico bellunese si battè molto contro il baliatico, vedendola come scelta di vanità che distruggeva le famiglie.


«Non si può mai deplorare abbastanza la mania (si potrebbe chiamare con altro nome?) che tormenta le donne, specialmente dei villaggi, di fare la balia nelle famiglie benestanti. Esse credono di guadagnare lautamente con ciò, e di stringere onorevoli relazioni, che ne infioreranno la vita, senza contare la retribuzione lusinghiera che ne acquistano e i doni che ne premiano l’opera.» (D.A. Vecellio, La baliomania delle donne rurali, «Fior d’Alpe», n. 1, 25.01.1910, p. 4).


Il baliatico fu un’esperienza che sicuramente asserviva le balie e i propri corpi, con accordi stretti da uomini (il suocero della lavoratrice e il suocero della futura madre) e che le alienava dalla propria famiglia, con il divieto anche solo di vedere il proprio marito o altri uomini, per timore che eventuali rapporti sessuali minassero la qualità del latte. A questo fa da contraltare la crescita di queste donne, da un punto di vista linguistico e culturale, e i profondi legami che si creavano con la famiglia ospitante, e che potevano continuare a vita. Il ritorno nelle comunità originarie era difficoltoso, l’esperienza totale del baliatico era una tara non indifferente. La maggiore difficoltà si concentrava nello stringere nuovamente dei legami con il proprio figlio, lasciato a cure altrui a pochi mesi. Quasi sempre si ribellava davanti a quella che, per lui, era un’estranea.


[ARB]


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